La ricerca scientifica e la condizione di limite _ riflessioni, problematiche, potenzialità
Anna Arioli
Il limite non è il punto in cui una cosa finisce, come sapevano i greci, ma ciò a partire da cui essa inizia la sua essenza. (Martin Heidegger)
Mi sembra estremamente interessante e stimolante ripensare ed approfondire alcuni concetti proposti durante il seminario di Epistemologia della Ricerca Scientifica, ancor di più tentare di avvicinare e mettere a confronto quali tra questi abbiano maggiormente “messo in vibrazione” le corde della sensibilità personale e di ricerca, quand’anche provenienti da fonti o posizioni differenti.
Vorrei provare a ragionare sul concetto di limite, parola ricchissima di significati e risonanze, già tema d’interesse del mio programma di ricerca dottorale. Limite è Confine, barriera, dunque indica una estensione assegnata e non valicabile, qualche cosa che riduce e ferma la nostra libertà, ma che ne mantiene così la ragion d’essere; segna la linea oltre la quale l’intelligenza può farsi Ubris - tracotanza ed agire rischiando l’incolumità. Limite è limitare, condizione di soglia, perciò di passaggio ed attraversamento, il punto massimo raggiungibile, allora stimolo e Tensione costante, verso una alterità.
In astronomia limite è uno dei due punti dell’orbita in cui un pianeta raggiunge la sua massima distanza dall’eclittica, in matematica è numero al quale i valori della funzione si avvicinano, ma sempre intangibile e non superabile. Si dice “al limite” come a dire di ciò che rappresenta per noi il massimo dell’improbabilità eppure ancora perseguibile. Limite è zona di confine, contatto tra realtà differenti, in geografia è frontiera, zona franca o più spesso zona di guerra, comunque zona vivissima di contrasti e possibilità. …
Gillo Dorfles[1] parla di Diastéma, qualcosa che separa due eventi, l’intervallo che sta tra due note nel caso della musica, la pausa capace di evidenziare certi elementi e di comprenderne le qualità, la condizione precedente l’azione.
Riflettendo sulle parole di Giorgio Israel - professore di Matematiche complementari, Università degli Studi di Roma “La Sapienza” - , concordo sull’importanza che certe linee operative e speculative - da lui evidenziate - devono avere in ogni percorso di ricerca, anche e soprattutto oggi: è quanto mai urgente che siano il sapere, la conoscenza, la riflessione teorica a guidare la pratica sperimentale, che sia la scienza ancora ad illuminare la tecnica e le applicazioni strumentali. Il mondo della tecnologia è evoluto in una maniera esponenziale, al punto tale da procedere autonoma e talvolta cieca, inconsapevole dei risultati e dei rischi cui va incontro, secondo ritmi e percorsi accelerati rispetto a quelli della ricerca teorica, che invece rallenta e fatica in un mondo sempre più complesso, spesso deviando dai propri percorsi a sostenere tesi che non le sono proprie e che la rendono sterile.
E’ necessario recuperare la capacità “diastématica”, la capacità cioè di riprendere certe pause, certi confini tra le cose, tra il pensiero e l’azione, tra le discipline, di riscoprire la consapevolezza del significato della stasi - della riflessione dunque, la necessità di un vuoto che non è assenza ma attesa, che sia in grado di rendere più efficace l’operare ed il sentire. In un’epoca di continuità di sollecitazioni sonore/sensoriali/conoscitive rischiamo di non esser più in grado di ascoltare attentamente, fino a commettere errori talvolta molto gravi.
Mi sembra assai attuale una riflessione simile, al punto giusto provocatoria. La ricerca teorica relativa a qualunque disciplina - e qui non possiamo non sentirci chiamati direttamente in causa - deve interrogarsi su quali siano i propri territori, su quali debbano essere oggi i propri limiti, se esistano ancora dei limiti, delle linee d’ombra il cui superamento è rischioso ma verso le quali tendere criticamente, per avanzare nella conoscenza e poter costruire un dialogo. Si tratta di limiti spaziali - contenutistici - ma anche di limiti temporali, pause che ammettano zone neutre dalle quali fare chiarezza, attraverso le quali vedere più nitidamente l’oggetto ed il percorso della propria ricerca, anche scientifica. Aspirare alla sospensione positiva, al vuoto come condizione sine qua non potrebbe avvenire la comprensione del pieno. Quel noto In Between delle arti che potrebbe essere esteso alla riflessione filosofica sulla scienza.
“Le arti convergono solo là dove ognuna persegue il proprio principio immanente”, così scrive Adorno nel 1966, e tale lo cita Vittorio Gregotti in apertura del suo testo “L’Architettura nell’epoca dell’incessante”[2]. Il destino delle arti, e dell’architettura tra esse, sembra essere quello della presa di coscienza della propria marginalità ed impotenza nel mondo contemporaneo … Così sembra più arduo ma anche più urgente il tentativo per ogni disciplina di perseguire la via della ricerca della specificità e dei propri fondamenti, recuperandone “frammenti di verità”. Nella misura in cui lo studioso, lo scienziato, il professionista sanno tendere alla ricerca approfondita della essenza della propria arte, riuscendo a comprendere quali siano effettivamente i territori delle proprie applicazioni ed azioni, allora è possibile un contatto, un fertile avvicinamento delle arti e delle scienze.
Similmente la lezione di Israel sottolinea tali necessità: conoscere e rispettare i limiti in maniera critica e consapevole, per procedere nella verità e nell’evoluzione civile, per risolvere gli stati di crisi ed evitare una contagiosa regressiva cecità degli studi e delle innovazioni.
E perché questo sia possibile, è fondamentale che la tecnica proceda guidata dall’approfondimento scientifico, la pratica dallo studio teorico, l’operare dal sapere, senza che questo rimanga meramente astratto - slegato dalle problematiche della quotidianità - e tuttavia ulteriore ad essa; che la scienza a sua volta non tenti di dare risposte che non sono e non possono essere sue, quali la dimostrazione dell’esistenza o della non esistenza di un Dio, non cerchi di chiarire questioni trascendenti, perché rischierebbe di farsi Metafisica, di non ben chiare competenze, di non essere più scienza, fino a tradire la propria ragion d’essere.
Il progetto di Architettura è quanto di più chiaramente vicino a questa idea fondativa: progettare è pro-iciere, gettare avanti, pre-figurare una situazione non ancora esistente, dunque fare ipotesi sulle alternative possibili, sulle potenzialità trasformative dell’intervento, sulle relazioni che questo potrebbe mettere in crisi o in azione. La fase progettuale dell’architettura, che ne è poi nocciolo sostanziale, è per così dire quel filtro, quell’intervallo tra il possibile ed il reale, tra l’idea e la sua concretizzazione. Essa ci consente di declinare le intenzioni creative del progettista in scelte formali e costruttive ben definite, ma a lungo vagliate grazie al supporto di strumenti di vario tipo, di rappresentazione e verifica continua, quali il disegno, le matematiche e le scienze, la conoscenza del territorio e dei segni stratificati su esso, il confronto con la storia e lo stato dell’arte, il dialogo interdisciplinare, con tutte le arti, l’economia, la geografia, le varie specializzazioni, le tecnologie, gli apporti teorici alla disciplina, lo studio di progetti esemplari … Ogni decisione progettuale deve essere verificata e valutata, ogni errore scoperto e risolto, ogni linguaggio deve essere compreso, ogni problema amplificato e dunque sciolto, prima che l’architettura sia compiuta e tangibile. Il progetto incarna e sublima la necessità di una ricerca teorica, a guida e previsione di quanto l’applicazione pratica renderà concretamente esistente.
Il progetto - ed in particolare il progetto urbano di cui ci occupiamo nella ricerca dottorale - indaga le possibili soluzioni spaziali in situazioni che si presentano quasi sempre contraddittorie e difficili, cerca risposte a problematiche assai ampie, che toccano la sfera della sociologia della politica dell’economia oltre che dell’architettura e della poesia, poste fra l’instabile paesaggio della diffusione urbana e i lacerti di un territorio rurale o comunque più antico che fatica a mantenere i suoi connotati. L’operazione architettonica ed urbana mira a modulare il vuoto, a dare forma ed identità al bordo, a quel limite (tra l’urbano e il non-urbano, tra pieno e vuoto, tra artificio e natura, il noto e l’ignoto …) da rispettare e valorizzare, alla fascia di margine che non è linea ma luogo, con un suo spessore problematico e potenziale, stabilendo nuove relazioni legate agli spazi e ai tempi che qui si scontrano - si sovrappongono - possono dialogare.
Il margine, nella sua accezione più ampia, teorica ma anche fisica come quella che affrontiamo nel progetto, diventa occasione per una riflessione che mira ad integrare i mondi che si toccano ai suoi lati, senza però volerli confondere o alterare. Lo spazio di silenzio e di modulazione che esiste tra realtà differenti così come tra le diverse discipline o pratiche è il medesimo intervallo che separa e media la riflessione teorica con la sua traduzione in sperimentazioni concrete, tra lettura e scrittura, ed è territorio al limite, che come tutte le zone di frontiera necessita di particolare attenta e dialogica cura.
La tecnica e la realtà virtuale è universo ulteriore, che rappresenta ed amplifica tutte quei processi di cui parliamo, e dei quali il professor Ubaldo Fadini ha brillantemente disquisito nella sua lezione; può cioè essere considerata notevole risorsa nonché territorio mediano e mediatico per l’evoluzione della ricerca scientifica e della esistenza dell’uomo. L’antropologia filosofica guarda alla tecnica con uno sguardo aperto su tutte le sue possibilità e sulle prospettive che essa nella ricerca è in grado di aprire, nel momento in cui il suo approccio e la sua applicazione siano critici e consapevoli.
Ubaldo Fadini - filosofo e docente di Estetica, Università degli Studi di Firenze- ha voluto fortemente sottolineare le potenzialità che i processi di virtualizzazione hanno per l’evoluzione scientifica e civile, considerandole risorse significative per la simulazione e quindi la valutazione di nuovi possibili migliori mondi. Quando entriamo in una realtà virtuale è come se ipotizzassimo una o molte possibili alternative alla situazione presente - più o meno problematica e in attesa di trasformazione - prefigurando un’eventuale soluzione, attraverso l’uso di strumentazioni tecnologiche delle quali solo oggi disponiamo. Ci è consentito di mettere in discussione realtà, di problematizzarla simulandone dei mutamenti, o verificando anticipatamente le conseguenze di certe operazioni.
Ogni situazione di crisi è così occasione per intravedere alcune risposte, oltre la voragine si apre la Verità: se la crisi spezza e rompe, tale rottura non è necessariamente una catastrofe che non lascia nulla, le cose si separano, anche violentemente, e così facendo si distinguono recuperando una loro identità, trovano uno spazio dal quale poter procedere e parlare, terreno fertile per l’intuizione. Krínein significa giudicare, separare, dunque anche dare autonomia e vita: in seguito alla rottura c’è l’ordine, qualcosa ci è detto sul prima e sul dopo. Buona critica è quella che mettendo in crisi ci fa avanzare.
Dunque di tutti i processi di virtualizzazione che investono la realtà è messa in luce la potenzialità: le prestazioni tecniche ed informatiche, tanto presenti nell’esistenza dell’uomo contemporaneo, e tanto forti perché come lui elastiche, sinuosi, adattabili, infinite e mutevoli …, non possono che mostrare ed attuare un’azione trasformativa dello stato delle cose, delle nostre intelligenze e sensibilità, dunque anche della nostra corporeità, ad esse strettamente legata per via emozionale.
Se la tensione al limite appartiene ad un percorso di ricerca e di progresso realmente guidato da coscienza illuminata e conoscenza illuminante, consapevole delle proprie possibilità e delle proprie criticità, dei propri limiti in primis, essa è indubbiamente costruttiva e prolifica.
Da un lato perciò siamo richiamati al rispetto del limite, inteso quale estensione massima di libertà, Linea d’ombra [3] oltre la quale l’ignoto può farsi rischio e poi caotico crollo; dall’altro ci è rammentato come si possa e si debba partire per una crescita proprio dalle situazioni al limite, realtà critiche e problematiche - le aree di margine del tessuto urbano e metropolitano, spazi oscuri ma estremamente fertili per l’intervento, ricchi di stimoli e confronti; i territori limite delle sperimentazioni scientifiche; i luoghi critici della riflessione etica sull’esistenza ai suoi estremi; le situazioni d’emergenza socio-economica o di povertà umana ed affettiva; le sfide più grandi che innumerevoli stimolano le nostre intelligenze. Il margine come potenzialità perché pausa al dominio dell’antropizzazione ed anello di rottura di un sistema in crisi che ci si apre davanti agli occhi e ci si offre per l’indagine ed il progresso civile.
Fadini ha spiegato a tal proposito molto bene la posizione dell’Antropologia Filosofica del secondo decennio del XX secolo, soffermandosi su ciò che essa ritiene essere caratteristica costitutiva dell’essere umano, la sua ricchezza pulsionale, elemento peculiare che lo distingue dall’intero mondo animale, dotato invece di una elevata capacità istintuale - cioè di reazione predeterminata ed immediata agli stimoli provenienti dall’esterno. Se tale corredo istintivo permette all’animale di sopravvivere senza alcuna protesi in contesti anche difficili ma comunque noti e scarsamente modificabili, lo stesso manca all’uomo, il quale non è in grado di sopportare autonomamente e senza questo basilare supporto le avversità naturali. Eppure la stessa carenza - il suo stesso limite - diviene risorsa infinita e vitale: egli sviluppa una capacità adattiva che prende origine e forma dalla ricchezza pulsionale, sua qualità specifica, energia vitale dirompente con la quale gli è possibile affrontare le situazioni date, i pericoli i rischi le necessità, scardinando gli ordini normali e normati, prefigurandosi nuove soluzioni e nuovi mondi possibili.
L’uomo, pulsionalmente ricco e naturalmente tecnico, cioè immediatamente dotato di capacità artificiali e portato e relazionarsi e a strutturarsi tecnicamente, riesce perciò ad inventare e a creare da sé ciò di sui è carente, a risolvere costruttivamente le proprie problematicità, superando quegli stessi limiti che in origine lo connaturavano.
Il tal senso il superamento del limite è letto quale conquista legittima e fertile della civiltà; dalla situazione di crisi - dalla zona di frontiera - emergono nuove possibilità, proprio da essa si dipartono impreviste e validissime via del sapere e dell’esistenza.
Rileggendo e ripensando alle due stimolanti lezioni dei professori G. Israel e U. Fadini, di cui ora mi sono limitata a recuperare solo pochi spunti e che ho certamente considerato con un’attenzione influenzata dalle questioni di cui abitualmente mi occupo, facendone probabilmente un’interpretazione un po’ forzata o comunque personale, fino a confrontarne posizioni in realtà ben distinte anche se complementari per diversi aspetti, ricostruisco una via illuminante per la ricerca.
Lo studio scientifico ed in generale la riflessione teorica - la Pura Scienza dei classici che mira alla crescita della civiltà e dell’uomo -, senza chiudersi in se stessi ma verificando le proprie ipotesi dal confronto costante con la pratica, siano consapevoli di se e dei propri limiti, oltre che delle proprie enormi potenzialità e sappiano così guidare ed accompagnare la sperimentazione. Lo studio illumini l’esperimento, la speculazione filosofica chiarisca l’azione, il progetto indirizzi la traduzione delle idee in opere costruite.
La pulsione creativa ed innata dell’uomo continui a stimolare le scelte e le rivoluzioni della scienza, l’intuizione sia acqua fresca per il terreno della ricerca, ne sia il primo insostituibile nutrimento, immaginandone nuovi modi e sempre migliori risposte; le condizioni di crisi siano sede di dibattito e confronto costruttivo, potenzialità non usuali per il superamento di se stesse.
Studio attento, intuizione creativa e confronto con la realtà: gli ambiti costitutivi delle ricerca siano complementari e sempre affiancati, strettamente uniti e consapevoli di costruire solo in questo sodalizio critico la base perché il Limite possa sussistere ed essere affrontato - superato o risolto - nella pienezza del suo significato, linea estrema da rispettare ed alla quale riferirsi, contenitore di identità e di contraddizioni, che contemporaneamente può farsi risorsa inedita, straordinaria potenza conoscitiva e creativa.
Riferimenti bibliografici
AA.VV., M. Bertoldini (a cura di), La cultura politecnica 1 e 2, ed. Bruno Mondadori, Milano 2004 - 2007
Ubaldo Fadini, Sviluppo tecnologico e identità personale. Linee di antropologia della tecnica, Bari 2000
Gillo Dorfles, L’intervallo perduto, ed. Skira, Milano 2006
Vittorio Gregotti, L’architettura nell’epoca dell’incessante, Edizioni Laterza, Roma-Bari 2006
Carlos Martì Arìs, Le variazioni dell’identità - Il tipo in Architettura, ed. Città studi, Novara 1993
Marc Augè, Tra i confini, città margini interazioni, ed. Bruno Mondadori, Milano 2007
[1] Gillo Dorfles,
L’intervallo perduto, Skira Editore Milano 2006
[2] Vittorio Gregotti, L’architettura nell’epoca dell’incessante, Editori Laterza Roma 2006
[3] È titolo del romanzo di Joseph Conrad, The Shadow Line, pubblicato nel 1917
Posted: Ottobre 29th, 2008
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Verso un’ agricoltura urbana
Oggi l’agricoltura urbana torna ad essere oggetto di studio per i ricercatori, studiosi, pianificatori e architetti. “Utilizzato nei paesi in via di sviluppo, il concetto di urban agricolture designa tutte le attività agricole intra- e peri urbane con finalità precipuamente alimentari” scrive Pierre Donadieu sottolineando la volontà di valorizzazione dell’agricolo in rapporto alla “domanda economica, ecologica, sociale e culturale del mercato cittadino vicino ai luoghi di produzione” Partendo da analisi svolte a scala globale atte a definire i caratteri e i connotati dell’agricoltura urbana emergono alcune pratiche volte a creare un interazione città-campagna. Si possono distinguere tre filoni di ricerca e sperimentazione volte al ripensamento del rapporto città-campagna che si concretizzano in forma di diversi interventi e progetti. Appendice della città, la campagna doveva essere addomesticata, colonizzata, annessa alla vita urbana” per cui il legame città campagna è strettissimo e risale alle prime definizioni del concetto di campagna, termine introdotto in rapporto alla città.
Esempi di progetti integrati città- campagna
La sezione “esempi di progetti integrati città- campagna” del sito è rivolta all’identificazione di piu’ declinazioni dell’agricoltura urbana: l’ interpretazione e la lettura del territorio rurale, l’utilizzo della risorsa tempo libero e la produzione, intesa come domanda di prodotti alimentari che si concretizzano nell’offerta di circuiti brevi di commercializzazione o attività di raccolta diretta nei campi (modello pick your own di alcune tipologie di intervento in forma di progetti ipotizzati e realizzati, alle diverse scale e in diversi ambiti europei). Questa analisi intende evidenziare i caratteri comuni ai diversi interventi alle diverse scale del progetto, nella definizione di un nuovo scenario progettuale legato allo spazio rurale ripensato in funzione dei cambiamenti di tale aree nel terzo millennio “La pianificazione di campagne urbane attorno alle città presuppone il ricorso a forme di agricoltura urbana ma anche periurbana e rurale, e soprattutto la capacità di costruire relazioni sensibili con lo spazio rurale, tali da consentire la definizione di una nuova ruralità non piu’ limitata alle mere attività agricola e forestale.”
Da un analisi di diversi approcci disciplinari si delineano alcune linee di pensiero che rimettono in discussione il rapporto tra città e campagna e introducono un nuovo modo di avvicinarsi al progetto dell’agricoltura urbana. Analizzando i diversi progetti a livello europeo e nello specifico anche alcuni progetti relativi all’area metropolitana Milanese si cerca di definire quali sono gli approcci oggi utilizzati.
Interpretazione e lettura del territorio rurale
l primo approccio riguarda l’ interpretazione e la lettura del territorio rurale, a questo proposito emergono alcuni interventi significativi a livello di analisi territoriale come la Barcelona Land Grid (1996-1999) di Actar Architectura, presentato in occasione della mostra: “1856-1999 : Barcelona Contemporania” tenuta al Contemporary Cultural Centre in Barcelona, nel 1995. Appare una mappatura del territorio agricolo che rivela la presenza di una griglia basata su infrastrutture ed orientata al paesaggio, fortemente legata alla geografia e articolante il territorio. Un altro progetto di questa sezione è il parco Unimetal, Caen Francia, di Dominque Perrault. Il progetto si colloca in unarea di 700 ettari che dopo la dimissione di un’industria metallurgica è rimasta libera. La proposta di progetto introduce una griglia geometrica con un orditura di 100metri per 100 metri, che organizza il disegno del parco e definisce un “pre-paesaggio” Il parco è disegnato da pochi elementi, la grigia, un vuoto centrale ed un viale alberato. Nella griglia vengono ipotizzate colture e orditure differenti. Il disegno del rurale in questo caso è dato “a priori”. Si evidenzia da questi esempi progettuali la necessità di ridare un valore figurativo alla rappresentazione del rurale che permetta di far emergere le relazioni con il contesto relazionale e circostante. Nasce una nuova estetica del rurale volta a elaborare dei modelli rappresentativi autonomi attraverso cui lo sguardo, intriso di tali modelli, agisce indirettamente sul paesaggio (in visu) e restituisce la nozione di “nature artialisèe”, artificiata. “L’ artificiazione è dunque la condizione di possibilità di ogni pratica e percezione paesistiche.”
le ipotesi tempo libero, ecologia e produzione.
Altre tendenze emergono nella progettazione del paesaggio rurale, nelle pratiche di progetto applicate, e si concretizzano nell’utilizzo della risorsa tempo libero e produzione. Il tempo libero comprende sia servizi di natura pedagogica, come visite alle fattorie, turistico ricettiva, come agriturismi e industria alberghiera e ricreativa nella tutela e valorizzazione dei paesaggi rurali (caccia pesca, paesaggi minimi, frequentazione per svago). Per incentivare la frequentazione vengono proposte iniziative legate alla land-art, come l’installazione di Marta Swartz a Mechtenberg, nell’Emscher Park. L’intervento fa parte di un piu’ ampio progetto di riqualificazione legato alla creazione di parchi a livello regionale e copre un area di 290 ettari dove viene sperimentato l’utilizzo di installazioni che uniscano all’uso agricolo la risorsa tempo libero: l’arte opera direttamente sulla base naturale “ in situ”.
In tempi piu’ recenti le pratiche di progetto di paesaggio rurale prevedono la valorizzazione del prodotto, inteso sia come prodotto alimentare che nell’agricoltura peri urbana è tradizionalmente focalizzato sui prodotti freschi e fragili (agricoltura, orticoltura), sia come prodotti legati all’ecologia come il bio- disel e bio-carburanti. Una suggestione arriva dagli Flk, presentata alla biennale di Architettura 2007, “Città e trasformazioni” Il progetto riguarda gli spazi rurali in Irlanda e prevede una rete stradale, con corsie per mezzi pubblici ed aree agro-energetiche necessarie al servizio pubblico.
Infine l’agricoltura urbana si presta all’offerta di servizi legati all’ecologia, come il riciclo dei rifiuti e la fito depurazione. Esemplari sono i progetti di Viet Ngo e Lemna Corporation rispettivamente a Boulder City, Nevada e a Gorgonzola, Italia. I progetti con tecnologia Lemna System sono disegnati come “corridoi verdi”e segni riconoscibili nel paesaggio ed allo stesso tempo permettono il processo di depurazione delle acque.” La sfida è trasformare questi progetti in significative e interessanti parti del nostro paesaggio” scrive Viet Ngo.
Posted: Ottobre 22nd, 2008
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Processi e prospettive nella la descrizione e nella progettazione della città.
Déjà vu, cfr. Tempo, Passato, Presente, Futuro, Memoria, dal francese “già visto” termine introdotto da Emile Boirac nei primi del novecento per indicare un fenomeno psichico, il termine riferito al passato implica una risposta immediata nel presente ed una proiezione del passato nel futuro, è strettamente connesso alla percezione ed alla memoria.
Il tempo nella progettazione e nella lettura della città.
Il nuovo si trova nelle pieghe del vecchio. Joseph Beuys
Il tempo come lo spazio sono concetti che contengono e racchiudono una molteplicità di declinazioni: interrogandosi sul ruolo della variabile tempo nell’analisi e nella lettura del territorio emergono differenti significati che introducono diverse modalità esplicative. Tali letture inducono una traslazione analitica che introduce una dimensione diversa della comprensione e del progetto del territorio. Il tempo come continuo evolversi dei fenomeni urbani, come elemento cruciale della complessità urbana, come stratificazione di tracce e segni, come rapporto dinamico tra mutamento e permanenza: sono alcune importanti declinazioni che agiscono e determinano la forma e l’ immagine della città e del suo territorio.
La città puo’ essere ricondotta alla figura del recinto in cui avvengono scambi relazionali tra individui, “è da sempre considerata l’entità spazio-temporale a più alta entità di relazioni endogene ed esogene” dove già nella prima economia medievale fattori immateriali divengono predominanti insieme alla “dimensione temporale, simbolizzata anche dallo scandire del tempo per opera dei primi orologi pubblici inseriti sulle torri civiche”.
Il tempo è dunque elemento imprescindibile per ogni ripensamento delle forme della città e del suo territorio.
Tempo della città e tempo del rurale sono l’ambito di ripensamento in cui scoglie lo storico antagonismo città-campagna. Lo spazio del rurale come “luogo di esecuzione delle decisioni prese all’interno dello spazio urbano” definisce un continuum tra città e rurale, un’estensione dell’urbano nel territorio. “L’antagonismo città campagna, che ha a lungo paralizzato il territorio, è anch’esso anzitutto una concezione cittadina, che si presenta, (…) con l’evidenza di una figura inscritta su uno sfondo” ” Il tempo della città si fonde con quello del rurale:o ggi questa sinapsi spazio temporale crea i presupposti per una simultaneità nella percezione e nella lettura dei fenomeni urbani nel territorio dell’agricoltura periurbana.
Una lettura orientata del territorio : lo sguardo nel tempo.
In un certo sembra che il modo primo di costituirsi della materia nel nostro lavoro di architetti sia il suo presentarsi come frammento di storia e di contesto fisico. Vittorio Gregotti, Il territorio dell’architettura
Da una lettura orientata appare la forte valenza della variabile tempo nella formazione della forma della città e del suo territorio, appare evidente come oggi la dimensione temporale sia legata ad una crescente velocità Parlare di “lettura” implica una vicinanza del territorio ad un testo, come suggerisce la metafora del racconto e a un prodotto inteso come stratificazione di elementi per Andrè Corboz “Il territorio non è un dato ma un risultato di diversi processi. (…) il territorio è oggetto di costruzione, e’ una sorta di artefatto. E allora costituisce anche un prodotto” .
Il “lettore” può assumere diverse prospettive e quindi interpretare in modi diversi l’esistente, cambiando punto di partenza visivo cambia la prospettiva e quindi l’interpretazione di un dato territorio.
Una lettura zenitale attraverso una prospettiva onnicomprensiva “a volo d’uccello” interpreta il territorio con occhio scientifico e geografico, tale lettura mutua le interpretazioni e le codificazioni cartografiche proprie della geografia e ci restituisce un collage visivo che comprende, in senso etimologico, il territorio. La mappa “restituisce lo sguardo verticale degli dei e la loro ubiquità”
Un lettura frontale pone il soggetto al centro dell’ interpretazione spaziale, tale sguardo ci pone in rapporto biunivoco con il testo e ci avvicina all’archetipo del reportage.
Infine si puo’ leggere il contesto “nel tempo”, ponendosi in rapporto al passato, al presente in essere ed al futuro implicando i concetti di mutamento e permanenza, cio’ che questo sguardo ci restituisce è l’archetipo del déjà-vu.
Il déjà-vu puo’ essere assunto come paradigma interpretativo del territorio: tiene conto dell’importanza della variabile temporale come matrice descrittiva.
Lo sguardo nel tempo crea una dimensione aggiuntiva nella lettura del territorio e quindi nella sua de-scrizione. Il continuo evolversi dei fenomeni urbani, diventa elemento imprescindible per qualsiasi ipotesi di cambiamento: tra cio’ che rimane e cio’ che scompare si riscontra la complessità del divenire scriveva Deleuze in “differenza e ripetizione”. Quanto la variabile tempo sia connessa con le modalità di intervenire in un ambito territoriale è una proiezione delle possibilità generatrici nell’applicazione dell’archetipo del “deja vu”. Una lettura orientata alla variabile tempo ci restituisce una prospettiva progettuale che costruisce dinamiche spaziali e temporali che riflettono la società contemporanea.
Leggere come atto creativo “ Leggere vuol dire qui leggere bene, decifrare criticamente i testi; leggere con attenzione, in modo informato, e non più meccanicamente o innocentemente: si tratta di porre istituzionalmente, come fine dell’educazione, non più l’operazione della lettura (oggetto principale dell’insegnamento primario), ma l’attività della lettura, come sviluppo dell’intelligenza critica.” come scrive Rholand Barthes.
Leggere puo’ essere una pratica di azione come per i situazionisti per cui è possibile sovvertire l’ordine della lettura e della codificazione del contesto dando luogo a nuove interpretazioni dell’esistente attraverso alcune pratiche. “ Il deturnement, ossia il reimpiego in una nuova unità di elementi artistici preesistenti, è una tendenza permanete dell’avanguardia attuale, cio’ sia anteriormente alla creazione dell’I.S. che in seguito. Le due leggi fondamentali del deturnement sono la perdita d’importanza- che va fino alla dissoluzione del suo senso proprio – di ogni elemento autonomo sottratto; e nello stesso tempo l’organizzazione di un altro insieme significante, che attribuisce ad ogni elemento la sua nuova portata.”
Un territorio nel tempo: Chiaravalle milanese.
(…) Il progetto della città contemporanea è fondamentalmente un progetto di suolo in grado di costruire un orizzonte di senso per una città inevitabilmente dispersa, frammentaria ed eterogenea. Di necessità esso investe simultaneamente le diverse parti della città, le attraversa e le collega, utilizza materiali e costruisce situazioni nelle quali puo’ essere riconosciuta una nuova estetica urbana, costruisce ritmi spazio-temporali e sequenze nelle quali possano essere riconosciute le pratiche sociali del nostro tempo.
B.Secchi, Prima lezione di Urbanistica
E’ importante definire il territorio in rapporto all’uomo, a questo proposito richiamano la definizioni che Andrè Corboz da del territorio. “il territorio è di moda” con questo incipit Corboz affronta il tema ne “il territorio come palinsesto” (1983). Corboz sostiene che l’antagonismo città campagna sia ormai superato in quanto la città si è estesa oltre i propri confini ed ha reso il rurale il luogo di esecuzione delle decisioni prese all’interno dello spazio urbano” L’urbano si è esteso all’intero territorio, concetto che denota quindi un’”unità di misura dei fenomeni umani.” Il territorio si modifica sia spontaneamente che per mano dell’uomo “Il territorio non è un dato ma un risultato di diversi processi (…) I determinismi che lo trasformano seguendo una loro propria logica (cioè quelli che rientrano nell’ambito della geologia e della meteorologia) sono assimilabili ad iniziative naturali mentre gli atti di volontà che mirano a modificarlo sono in grado di correggere in parte le conseguenze della loro stessa attività”. L’uomo modifica il territorio costantemente riscrivendo le tracce presenti in esso e creando una serie di di stratificazioni. “Il territorio è oggetto di costruzione. E’ una sorta di artefatto. E da allora costituisce anche un “prodotto”. Il territorio è sia oggetto che soggetto, in quanto si estende “là “ ma allo stesso tempo risulta proiezione psichica dell’essere umano. “la natura è cio’ che la cultura designa come tale” conclude Corboz. Il territorio partecipa dunque della condizione umana di essere naturalmente artificiale sia in n quanto prodotto sia come proiezione dell’umano.
Se il contesto è stratificazione di tracce e sedimenti nel Parco Sud Milanese questo è evidente. Tra i segni presenti sul territorio appaiono stratificazioni temporali successive, tracciati dei campi, vecchi e nuovi tracciati e architetture del passato. Tra queste si evidenzia l’abbazia di Chiaravalle,
Chiaravalle mantiene caratteri dell’antichità nella sua abbazia che ha perso tuttavia ogni relazione con il proprio intorno. Mentre un tempo l’abbazia era coesa con il proprio borgo e circondata da orti monastici e giardini oggi rimane isolata nel contesto. Il territorio rurale circostanteha pèrso la propria autonomia e risulta soffocato dall’ecessiva vicinanza alla città.
Azioni per il rururbano
il rinvio della nozione di territorio a quella di atto e poi di arte ovvero il rinvio dall’idea naturalistico-cosale del territorio a quella dell’agire e del fare” determina un punto di svolta (…) fare originariamente per noi può forse solo significare decostruire l’opposizione natura-artificio e tramite essa criticare anche ogni eccesso di appropriazione della natura”.Nicola Emery, L’architettura difficile.
Se il territorio è prodotto ed estensione dell’uomo l’architettura è espressione della società e quindi il territorio va pensato in prospettiva al divenire “
”Possiamo decidere di allineare la nostra intelligenza a quella della natura” come scrive Beuys. Questo concetto viene ripreso in un testo di Nicola Emery “ l’artista puo’ tentare di allineare il proprio fare, la propria intelligenza pratica alla natura con actionen esemplari tese a sviluppare su scala territoriale il concetto “poietico” di cura, concretamente inteso (..)”
L’uomo quindi deve ricorrere all’azione nei confronti del territorio. “Solo un maggiore sviluppo tecnologico e un’attenzione critica in campo culturale possono far cessare la dinamica predatoria che la moderna tecnologia ha riversato sul territorio. (…) la coscienza ambientale è utile quando incrocia con il suo opposto: l’artificialità di tutte le esperienze fisiche reali è il punto di partenza per creare nuovi paradossi e nuovi interrogativi.”
Il progetto in quanto modificazione di un luogo diviene quindi una possibile chiave per ricongiungere un modello astratto ad una realtà naturale “allineandosi con la natura”. Per Beuys l’uomo è custode di un’energia in grado di modificare il mondo: sia in senso morale che sociale, civile, estetico, ecologico. L’uomo è capace infatti di modificare gli oggi sprigionando da essi energia. Il motore di tale processo è la “creatività”. ‘ L’azione sul territorio è quindi la chiave della modificazione che mira all’equilibrio ta natura e artificio. Il progetto consente di operare sul territorio allineandosi alla natura e recuperando la tradizione interpretando le stratificazioni sul territorio. L’azione si misura con il contesto e con gli elementi che lo costituiscono. Quindi gli elementi del contesto grazie ad una lettura consapevole divengono significanti. Tali elementi ristabiliscono nuovo senso e nuove relazioni e restituiscono un senso di identità al luogo. Un nuovo ordine che deriva dal ripensamento dell’esistente ma anche da un’atttenta lettura del contesto che preserva i materiali legati alla memoria. “(La) nozione di appartenenza (ad una tradizione, ad una cultura, ad un luogo, e cosi’ via si oopone progressivamente all’idea di tabula rasa, di ricominciamento, di oggetto isolato, di spazio infinitamente ed indifferentemente divisibile. A questa stessa nozione di apparteneza si deve fare riferiemnto anche per spiegare, nella stessa avanguardia, l’attenzione per i materiali della memeoria,, certo in una visione non nostalgica ma di contrapposiozione, di collage, di “object trouvè” di costituzione di nuovi ordini collezzioni attraverso lo spostamento contestuale.”
Se dunque la città stessa è la memoria collettiva degli uomini, come dice Aldo Rossi, ancora una volta torna la metafora del deja vu che ci restituisce una percezione legata alla memoria e che prefigura nel futuro un evento legato al passato. “ Non si fa nessuna differenza tra città antica e moderna, tra un prima e un dopo, dal punto di vista del manufatto (…) essendo proprio della città il suo carattere di permanenza nel tempo.” scrive ancora Aldo Rossi nella sua concezione della città per elementi primari. Esiste quindi una connessione e quasi una sovrapposzione tra il vecchio ed il nuovo. La modificazione è perfettamente in linea con il passato e ilprogetto si rivolge al cambiamento ma con attenzione agli elementi significanti preesistenti. “Conservazione significa anzitutto tradizione, cioè realtà di cio’ che è durevole, significa accettazione consapevole e deliberata di un eredità da far fruttare, significa fedeltà ai principi, confronto con le regole, ecc… significa adesione ed emulazione nei confronti degli esempi della storia, continuità degli elementi del mestiere, ecc. e trasformazione, cioè progetto significa esattamente la stessa cosa”
L’ambito di Chiaravalle milanese necessita di azioni volte a reinterpretare gli elementi delle importanti preesistenze insieme alle tracce ed agli stratificazioni per ridare nuovo senso ad un insieme frammentario e disperso.
Sono le forme singolari dello spazio e del tempo che ci offrono gli elementi per un progetto di identità. Se oggi “le strade, gli edifici, la natura coesistono in relazione flessibile, apparentemente senza ragione in una spettacolare diversità organizzante” è nel decifrare gli elementi notevoli che è possibile dare nuovo senso alle relazioni tra gli elementi. Cosi l’abbazia riassume il ruolo di centralità che aveva storicamente e stabilisce una nuova relazione di senso con il rilevato ferroviario dismesso che tornando alla natura diventa luogo del passaggio e tramite dall’urbano al rurale. La nuova infrastruttura verde che mette in relazione la stazione e quindi il tessuto urbano con il territorio rurale è la spina dorsale di un micro sistema di azioni -progetto nel rurale. Nuove relazioni si verificano in sistema di connessioni lente e offrono l’occasione di creare dei processi modificativi nell’esistente. Le cascine dismesse e in stato di degrado diventano residenze temporanee e centri benessere, iniziative adotta un albero e pick your own creano occasione di rivitalizzare la natura dei giardini e dei campi, orti urbani e giardini riconnotano spazi dequalificati e privi di identità. Dalle spoglie del disordine si ripristina un’antica armonia, ritrovato eco del passato e proiezione futura, una sorta di dejavu rururbano.
Posted: Ottobre 15th, 2008
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Un uomo naturalmente artificiale
Il professor Ubaldo Fadini1 ha introdotto uno dei pensieri cardine dell’antropologia filosofica: l’uomo come essere naturalmente artificiale. La disciplina dell’antropologia filosofica nasce all’inizio del XX secolo e cerca di dare risposta ad una domanda che appartiene a tutto il pensiero occidentale ossia che cosa sia l’uomo. Uno dei maggiori autori dell’antropologia filosofica tedesca nel 900 è Arnold Ghelen che nella sua opera ” L’ uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo” (1940) delinea la propria visione antropobiologica dell’uomo che lo vede come “progetto complessivo della natura.”2 Ghelen partendo da un confronto tra uomo e animale arriva alla conclusione che sia dunque un “essere carente” privo di organi “specializzati” che gli consentano di adattarsi in modo adeguato all’ambiente naturale che lo circonda.3 L’uomo quindi risulta carente e manchevole, incapace di adattarsi al mondo esteriore se non operando su di esso una modificazione che lo renda tale da consentire la sopravvivenza, l’uomo deve quindi assoggettare la natura per poter sopravvivere. Ciò che garantisce la sopravvivenza dell’essere umano è la capacità di creare nel mondo naturale un mondo artificiale che soddisfi i propri bisogni.4 La debolezza dell’uomo diviene il suo punto di forza, la carenza fisica e la non specializzazione sono sostituiti da una forza e una ricchezza mentale che gli permette di creare un alternativa al mondo reale: l’uomo senza mezzi di tipo organico si adatta al mondo attraverso l’artificialità. L’uomo è quindi un essere che agisce e plasma la natura attraverso l’attività tecnologica e culturale. L’uomo è quindi un progetto e prodotto speciale e peculiare della natura. Ciò che Plessner 5identifica come la legge antropologica dell’artificialità naturale che manifesta il bisogno dell’uomo di vivere in un ambiente diverso da quello naturale che lo circonda.6 «Una cosa è assicurata dalle ricerche finora disponibili: la forma posizionale eccentrica condiziona la mondanità comune o la socialità dell’uomo, lo rende zoon politikon e influenza nel contempo la sua artificialità, il suo impulso creativo. Ci si chiede se dall’eccentricità non derivi in modo ugualmente originario non questo o quel tipo di bisogno espressivo, ma una caratteristica essenziale della vita umana che si debba designare come espressività, come espressività delle esteriorizzazioni della vita umana in generale. Naturalmente, una tale caratteristica fondamentale per l’uomo ha anche il valore di una costrizione che non soltanto entra nella sua vita, ma combatte contro la vita e vivendo conduce la sua vita.» 7 L’uomo è dunque costretto a esprimersi (ex-primersi) oltre i propri limiti, in una posizione eccentrica al di fori di essi. L’artificialità a cui l’uomo è costretto a ricorrere per superare i propri limiti non riesce a creare simmetria e equilibrio rispetto alla natura. L’uomo costruisce un mondo artificiale non per assoggettare la natura ma per una caratteristica intrinseca della sua natura. L’uomo è dunque naturalmente artificiale e ila definizione non costituisce piu’ un ossimoro in quanto le due categorie non sono piu’ intese come oppositive.
il territorio dell’uomo
Da questo punto di partenza è possibile estendere questo concetto, attribuibile all’essere umano anche al territorio? Innanzitutto è importante definire il territorio in rapporto all’uomo. A questo proposito richiamano la definizioni che Andrè Corboz da del territorio. “il territorio è di moda” con questo incipit Corboz affronta il tema dell’interpretazione del territorio ne “il territorio come palinsesto” (1983). Corboz sostiene che l’antagonismo città campagna sia ormai superato in quanto la città si è estesa oltre i propri confini ed ha reso il rurale il luogo di esecuzione delle decizioni prese all’interno dello spazio urbano” 8 L’urbano si è esteso all’intero territorio, concetto che denota quindi un’”unità di misura dei fenomeni umani.” Il territorio si modifica sia spontaneamente che per mano dell’uomo “Il territorio non è un dato ma un risultato di diversi processi (…) I determinismi che lo trasformano seguendo una loro propria logica (cioè quelli che rientrano nell’ambito della geologia e della meteorologia) sono assimilabili ad iniziative naturali mentre gli atti di volontà che mirano a modificarlo sono in grado di correggere in parte le conseguenze della loro stessa attività”. L’uomo modifica il territorio costantemente riscrivendo le tracce presenti in esso e creando una serie di di stratificazioni. “Il territorio è oggetto di costruzione. E’ una sorta di artefatto. E da allora costituisce anche un “prodotto”. Il territorio è sia oggetto che soggetto, in quanto si estende “là ” ma allo stesso tempo risulta proiezione psichica dell’essere umano. “la natura è cio’ che la cultura designa come tale” conclude Corboz. Il territorio partecipa dunque della condizione umana di essere naturalmente artificiale sia in n quanto prodotto sia come proiezione dell’umano.
Oggi la società contemporanea attraversa quella che viene definita una crisi entropica9, sono venuti meno principi regolatori e unificanti e il frammento è divenuto figura fondativa della contemporaneità. L’entropia è il fenomeno della dispersione energetica che interessa l’intero pianeta e a livello territoriale si manifesta nella dispersione insediativa, nella Città Generica di Rhem Koolhas. La teoria entropica esige la necessità di un’inversione di rotta nell’intera società per evitare di esaurire le risorse energetiche del pianeta. “La futura megalopoli, identica al territorio , conterrà una quantità di spazi non urbani, che verranno chiamati natura. Sarà costituita da una moltitudine di reticoli ed apparirà ad occhi retrogadi come una sorta di non luogo generalizzato”10 La megalopoli si estende e tende ad inglobare la natura soffocandola esaurendo le risorse energetiche. La città generica e dispersa è “teatro id un accumulazione senza pari di entropia”11 Come sappiamo le nostre metropoli sono luoghi ad altissima dispersione energetica e per uscire da tale crisi aporetica che in senso etimologico non consente di perseguire la stessa strada (poros). Altri mutamenti di pensiero sono stati indotti dalle scoperte tecnoscientifiche, che mettono in discussione dicotomie fondanti del pensiero contemporaneo come la distinzione tra materia organica ed inorganica, tra biologico e meccanico, quindi tra natura ed artificio: “Quella delle biotecnologie è una rivoluzione che si svolge nel chiuso dei laboratori di ricerca, con pochi clamori e scarso risultato mediatico, ma le sue conseguenze sono destinate a modificare le nostre concezioni della vita, della sua dignità e della natura umana, e il nostro rapporto col mondo.”12 Gli aspetti epistemologici ed etici nel rapporto tra ricerca tecno-scientifica e società sono estremamente rilevanti. Scrive Foucault “la creazione [...] di questa grande tecnologia a due facce -anatomica e biologica, agente sull’individuo e sulla specie, volta verso le attività del corpo e verso i processi della vita - caratterizza un potere la cui funzione più importante ormai non è forse più di uccidere ma d’investire interamente la vita” 13. La società come la scienza e le arti partecipano di questa rivoluzione del sapere tale da apportare cambiamenti in tutto il contemporaneo panorama multidisciplinare e trans-disciplinare investendone i fondamenti epistemologici. Anche la disciplina architettonica prende parte a queste rivoluzioni in quanto partecipa dell’essenza della società “L’architettura è l’espressione dell’essere stesso delle società.”14 Quindi se il territorio è prodotto ed estensione dell’uomo l’architettura è espressione della società e quindi il territorio va pensato in prospettiva al divenire ” il rinvio della nozione di territorio a quella di atto e poi di arte ovvero il rinvio dall’idea naturalistico-cosale del territorio a quella dell’agire e del fare” determina un punto di svolta (…) fare originariamente per noi puo’ forse solo significare decostruire l’opposizione natura-artificio e tramite essa criticare anche ogni eccesso di appropriazione della natura”.15
Un territorio naturalmente artificiale
Il territorio diviene dunque anch’esso naturalmente artificiale, quando l’intelligenza intesa come artificio diviene essa stessa natura. “La phisis è anzi poiesis nel senso piu’ alto” 16,come la natura anche l’arte poietica, del fare è manifestativa, è una manifestazione dell’essere . L’artificio non è opposto alla natura e la dicotomia oppositiva naturale-artificiale svanisce quando l’atto di modificazione “si allinea” e diventa proiezione della natura. Il territorio viene inteso in quanto prodotto dell’uomo e quindi ha in se con una valenza fortemente proiettiva. In quest’accezione il territorio non è un insieme organico ma è inorganico, è il risultato di una serie di proiezioni, non è reale ma virtuale. “La cultura cyber mescola insieme il gioco e il progetto proiettati sul piano dell’immagine virtuale (…) Contaminazione di generi e ideologie e stili le conferiscono un eclettismo che si pretende sostitutivo (in quanto ipotesi intercambiabile) dell’idea di progetto.17 Una distinzione tra reale e virtuale viene evidenziata da Gilles Deleuze per cui la possibilità è implicita nella latenza del reale: “Il possibile è esattamente determinato e completo come il reale: gli manca solo l’esistenza (…) la differenza tra possibile e reale è dunque puramente logica”.18 Il virtuale è una realtà inattuata e dunque appare simile nei fondamenti al progetto. In questa visione del virtuale il modello assume una fortissima valenza che trascende dalla realtà fisica. “Proprio del simulacro è non d’essere una copia, ma di rovesciare tutte le copie, rovesciando anche i modelli: allora ogni pensiero diviene un’aggressione.”19 Attingendo al virtuale vengono estesi al campo dell’analisi territoriale modelli astratti come quello della rete, della connessione del flusso. Quello che puo’ essere definito come cyberspazio introduce la tematica del luogo dello scambio di informazioni come modello a rete , “il cyberspazio comporta una radicale trasformazione della nostra percezione dell’architettura e degli spazi pubblici (…) La città, tradizionalmente la città continua della vicinanza fisica, si trasforma nella città discontinua della comunanza culturale ed intellettuale. L’architettura, intesa normalmente nel contesto della città tradizionale, scivola verso la struttura delle relazioni, delle connessioni e delle associazioni che si stendono sopra sotto e intorno al semplice mondo delle apparenze. “20 Nella visione territoriale se da un alto si rafforzano paradigmi astratti come quello della “rete” dall’altra riemerge una forte attenzione per il contesto fisco. Il territorio diviene dunque campo d’applicazione di un processo di virtualizzazione da un lato e di un “ritorno al luogo” dall’altro. La tecnologia si richiama alla natura. E’ quindi la necessità di un allineamento tra naturale ed artificiale la chiave per la mediazione tra i diversi orientamenti. Si puo’ quindi parlare di uomo come essere naturalmente artificiale ed allo stesso modo come territorio naturalmente artificiale quando i fini della società tornano a perseguire un equilibrio tra naturale ed artificiale. Se è intrinseco nel concetto di territorio, come definizione di un luogo da parte di una società ,il riferirsi ad un entità virtuale ed artificiale è allora necessario che il progetto riconfiguri la poieticità della natura. L’uomo come il territorio sono” vittima dell’epoca del soggetto “21 che vede l’incapacità di trattare la differenza e la dissoluzione dell’altro nell’isomorfismo (Città generica). Il territorio naturalmente artificiale si attua come dice Heidegger attraverso il progetto e la cura del territorio, l’atto del fare e il territorio e il “poetare” coincidono e “L’autentico coltivare-costruire accade in quanto vi sono dei poeti, uomini che prendono la misura per l’architettonica, per la disposizione strutturata dell’ abitare”.22
Allinearsi alla natura
Se in antropologica filosofica ‘uomo è stato definito un essere naturalmente artificiale e possiamo estendere questa definizione anche al territorio come un “prodotto” e se oggi l’uomo vede la crisi del soggettivismo il territorio manifesta una crisi entropica :”Possiamo decidere di allineare la nostra intelligenza a quella della natura” come scrive Beuys. 23Questo concetto viene ripreso in un testo di Nicola Emery ” l’artista puo’ tentare di allineare il proprio fare, la propria intelligenza pratica alla natura con Actionen esemplari tese a sviluppare su scala territoriale il concetto “poietico” di cura, concretamente inteso (..)”24 L’azione come cura richiama in causa il pensiero di un’altra esponente dell’antropologia filosofica Hannah Arendt, definita da Ghelen una pensatrice senza ringhiera. La Arendt compie sull’uomo un’indagine fenomenologica connessa alle attività umane ed agli spazi in cui esse si compiono. Gli uomini sono sempre in rapporto gli uni con gli altri, costituiscono dunque una pluralità, trasformando il mondo da naturale ad artificiale, mondanità. Tutto ciò è collegato con le attività proprie della “vita activa” attraverso tre modelli dell’agire “lavoro-opera-azione” ognuna delle quali «corrisponde ad una delle condizioni di base in cui la vita sulla Terra è stata data all’uomo».25 Attraverso il lavoro l’uomo provvede alla sussistenza, attraverso l’opera crea un modo “artificiale” atto a compensare le carenze biologiche mentre con l’azione corrispondente alla condizione della pluralità l’uomo crea una relazione con gli altri e comunica con loro. Per la Arendt è importante dare rilievo all’azione “la cultura greca, infatti, al tempo dei presocratici, aveva basato sull’agire tutte le sue conoscenze, mentre la scuola platonica aveva capovolto la situazione, subordinando tutto al pensiero. Il Cristianesimo aveva svalutato entrambi i termini a favore della contemplazione e la modernità aveva posto al vertice di ogni considerazione la conoscenza scientifica; infine la cultura contemporanea aveva dato la preminenza al lavoro.”26
Con il pensiero Marxiano il lavoro acquista una supremazia teorica e filosofica e questo toglie valore alle capacità umane che costituiscono la vita activa, cioe’ opera e azione. Se l’opera modifica il mondo, il lavoro è svolto da un animal laborans in una natura sempre uguale a se stessa mentre l’opera dell‘homo faber si svolge in un mondo artificiale stabile ma aperto alle novità. Se la materia diventa materiale significa che l’uomo l’ha rimossa dalla propria collocazione naturale come l’albero che diviene legname. Secondo la Arendt la sconfitta dell’uomo nella società moderna discende dal dominio del lavoro e dell’animal laborans stretto nella morsa produzione e consumo che annulla opera e azione attività proprie della vita activa dell’essere umano che gli permettono di raggiungere l’equilibrio. Quindi è importante ricorrere all’azione che mette in comunicazione gli esseri umani tra loro sostiene la Arendt e sottolinea la
stretta connessione tra azione e novità. «Agire, nel suo senso più generale, significa
prendere un’iniziativa, iniziare (come indica la parola greca archein, ‘incominciare’, ‘condurre’ e anche ‘governare’), mettere in movimento qualcosa (che è il significato originale del latino agere). Poiché sono initium, nuovi venuti e iniziatori grazie alla nascita, gli uomini prendono l’iniziativa, sono pronti all’azione».27
L’uomo quindi deve ricorrere all’azione e lo deve fare anche nei confronti del territorio. “Solo un maggiore sviluppo tecnologico e un’attenzione critica in campo culturale possono far cessare la dinamica predatoria che la moderna tecnologia ha riversato sul territorio. (…) la coscienza ambientale è utile quando incrocia con il suo opposto: l’artificialità di tutte le esperienze fisiche reali è il punto di partenza per creare nuovi paradossi e nuovi interrogativi.”28
Il progetto in quanto modificazione di un luogo diviene quindi una possibile chiave per ricongiungere un modello astratto ad una realtà naturale “allineandosi con la natura”. La pratica e la tecnica divengono quindi strumento per fare e finalmente fronteggiare quella crisi entropica che investe i significati fondanti della nostra società.
A questo proposito torniamo alle actionen di Beuys. L’artista perviene ad una personale concezione dell’essere umano. Egli ritiene che l’uomo sia custode di un’energia in grado di modificare il mondo: sia in senso morale che sociale, civile, estetico, ecologico. L’uomo è capace infatti di modificare gli oggi sprigionando da essi energia. Il motore di tale processo è la “creatività”. ‘Tutti sono ‘artisti’, ‘ognuno è un artista’ insegnava Beuys all’Accademia di Belle Arti a Düsseldorf, sostenendo che come la vita, l’arte è fatta di azioni.” La plastica sociale, Soziale Plastik di Beuys consiste proprio nel manifestare l’intima relazione tra libertà dell’uomo e la sua creatività. Per Beuys a differenza di altri esponenti dell’arte azionista, l’equazione arte uguale a vita consiste nel dominio dell’arte sul quotidiano. L’uomo è creativo e quindi artista nel quotidiano.
L’arte di Beuys, dunque, voleva essere viva e fatta con materiali vivi, come alberi e animali. Nell’ actionen intitolata “Documenta” Beuys raccoglie 7000 pietre di basalto la cui vendita avrebbe consentito di acquistare altrettante querce da piantare attorno a Kassel. Con quest’azione egli intende parlare alla sensibilità dell’uomo comune attraverso uno spostamento proporzionale che trasferisca l’attenzione dalla pietra di basalto all’elemento naturale. Un territorio come naturalmente artificiale necessita di cura che si realizza attraverso le azioni dell’uomo. L’essere umano come naturalmente artificiale cercando di ristabilire un equilibrio puo’ uscire dall’aporia entropica e ricercare la libertà “materializzare libertà significa in primo luogo sottrarre ad un pianeta addomesticato qualche parcella della sua superficie”29.
1 Ubaldo Faldini lezione tenuta al corso di Epistemologia della ricerca scientifica Guido Nardi AA. 2008
2 A. Gehlen, L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo, Milano, Feltrinelli, 1983
3A. Gehlen, L’uomo nell’era della tecnica, Milano, Sugar, 1984.
4ibidem
5Helmuth Plessner è, con Scheler e con Gehlen, uno dei fondatori dell’antropologia filosofica contemporanea.
6Helmuth Plessner I gradi dell’organico e l’uomo, 1928
7Ibidem
8Citazione di Franco Farinelli in A. Corboz, Il territorio come palinsesto, Ordine sparso, a cura di P.Viganò
9Cfr. Nicola Emery, L’architettura difficile, Ed. Christian Marinotti, 2007
10Andrè Corboz Verso la città territorio, 1990
11Nicola Emery, L’architettura difficile, Ed. Christian Marinotti, 2007
12 M. Guareschi, Biopolitica, in Lessico…,a cura di A. ZANINI, U. FADINI, op. cit., p.35.
13 Ibidem, Citazione di Foucault, 1988, 123
14Georges Bataille, Voce “Architettura” in Dictionarie Critique, Documents, Paris 1929 cit da Nicola Emery, L’architettura difficile, Ed. Christian Marinotti, 2007
15Nicola Emery, L’architettura difficile, Ed. Christian Marinotti, 2007
16Martin Heidegger, La questione della tecnica, Saggi e Discorsi.
17Vittorio Gregotti, Architettura, tecnica, finalità, 2002
18Gilles Deleuze, Differenza e ripetizione, Raffello Cortina Editore, 1997
19Ibidem
20M.Novak Architetture liquide del cyberspazio, cit. in A.Di Fanco, Agorà Quota Zero, Maggioli, 2006
21Nicola Emery, L’architettura difficile, Ed. Christian Marinotti, 2007
22M.Heidegger L’origine dell’opera d’arte, Sentieri interrotti.
23L’artista tedesco Joseph Beuys è uno dei portavoce più rappresentativi delle correnti concettuali nell’Arte della seconda metà del Novecento.
24Nicola Emery, L’architettura difficile, Ed. Christian Marinotti, 2007
25 H. Arendt, Vita activa,
26 M. Teresa Pansera Etica & Politica, X, 2008, Hannah Arendt e l’antropologia filosofica
27 H. Arendt, Vita activa,
28 Abalos e Herreros, traduzione dalla voce “natura” nel Dizionario di Architettura Avanzata, Actar, 2003
29A. Kotany R.Vaneigem, Programme élémentaire du bureau d’urbanisme unitaire, In I.S., 6, 1961
Posted: Ottobre 15th, 2008
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Non luoghi e topoi
La migrazione delle masse è divenuto un fenomeno oggi diffuso. Lo spostamento può essere di tipo a breve raggio, con piccoli percorsi casa lavoro o piccolo pendolarismo oppure a lungo raggio, con lunghi tratti percorsi per lavoro o per il tempo libero. E’ comunque un fenomeno che avviene quotidianamente e che coinvolge la maggioranza della popolazione.
Nella frenesia della vita contemporanea dove il tempo produce univocamente denaro è auspicabile che lo spostamento sia il più breve possibile. Per andare da A a B si passa per C, l’ipotenusa del triangolo. A volte tuttavia è possibile invece voler percorrere la distanza maggiore passando per A e B e quindi godendo di un tratto di percorrenza lungo.
E’ il caso dei percorsi panoramici, e degli spostamenti legati al tempo libero.
Nel percorrere un tragitto è necessario fare delle soste o delle tappe che interrompano l’itinerario. Le soste sono il luogo dove il viaggiatore si ferma, dove si guarda intorno dove può interagire con altri viaggiatori, mangiare dormire e svagarsi.
Questi luoghi sono spesso sopesi nell’itinerario,i “non luoghi” di M.Augè in quanto slegati dal territorio in cui si trovano e collegati solo ad una rete di percorrenza. Quando invece si integrano con una realtà locale, diventanto allora Superplaces, sono ponte e tramite tra una realtà in movimento ed una realtà stanziale, sono i topoi del viaggiatore.
Posted: Ottobre 9th, 2008
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