News for Ottobre 2008

I n _ L í m i t e

La ricerca scientifica e la condizione di limite _ riflessioni, problematiche, potenzialità 

Anna Arioli 

 

Il limite non è il punto in cui una cosa finisce, come sapevano i greci, ma ciò a partire da cui essa inizia la sua essenza.  (Martin Heidegger)

 

 

Mi sembra estremamente interessante e stimolante ripensare ed approfondire alcuni concetti proposti durante il seminario di Epistemologia della Ricerca Scientifica, ancor di più tentare di avvicinare e mettere a confronto quali tra questi abbiano maggiormente “messo in vibrazione” le corde della sensibilità personale e di ricerca, quand’anche provenienti da fonti o posizioni differenti.

 

Vorrei provare a ragionare sul concetto di limite, parola ricchissima di significati e risonanze, già tema d’interesse del mio programma di ricerca dottorale. Limite è Confine, barriera, dunque indica una estensione assegnata e non valicabile, qualche cosa che riduce e ferma la nostra  libertà, ma che ne mantiene così la ragion d’essere; segna la linea oltre la quale l’intelligenza può farsi Ubris - tracotanza ed agire rischiando l’incolumità. Limite è limitare, condizione di soglia, perciò di passaggio ed attraversamento, il punto massimo raggiungibile, allora stimolo e Tensione costante, verso una alterità.

In astronomia limite è uno dei due punti dell’orbita in cui un pianeta raggiunge la sua massima distanza dall’eclittica, in matematica è numero al quale i valori della funzione si avvicinano, ma sempre intangibile e non superabile. Si dice “al limite” come a dire di ciò che rappresenta per noi il massimo dell’improbabilità eppure ancora perseguibile. Limite è zona di confine, contatto tra realtà differenti, in geografia è frontiera, zona franca o più spesso zona di guerra, comunque zona vivissima di contrasti e possibilità.  …

Gillo Dorfles[1] parla di Diastéma, qualcosa che separa due eventi, l’intervallo che sta tra due note nel caso della musica, la pausa capace di evidenziare certi elementi e di comprenderne le qualità, la condizione precedente l’azione.

 

Riflettendo sulle parole di Giorgio Israel - professore di Matematiche complementari, Università degli Studi di Roma “La Sapienza” - , concordo sull’importanza che certe linee operative e speculative - da lui evidenziate - devono avere in ogni percorso di ricerca, anche e soprattutto oggi: è quanto mai urgente che siano il sapere, la conoscenza, la riflessione teorica a guidare la pratica sperimentale, che sia la scienza ancora ad illuminare la tecnica e le applicazioni strumentali. Il mondo della tecnologia è evoluto in una maniera esponenziale, al punto tale da procedere autonoma e talvolta cieca, inconsapevole dei risultati e dei rischi cui va incontro, secondo ritmi e percorsi accelerati rispetto a quelli della ricerca teorica, che invece rallenta e fatica in un mondo sempre più complesso, spesso deviando dai propri percorsi a sostenere tesi  che non le sono proprie e che la rendono sterile.

E’ necessario recuperare la capacità “diastématica”, la capacità cioè di riprendere certe pause, certi confini tra le cose, tra il pensiero e l’azione, tra le discipline, di riscoprire la consapevolezza del significato della stasi - della riflessione dunque, la necessità di un vuoto che non è assenza ma attesa, che sia in grado di rendere più efficace l’operare ed il sentire. In un’epoca di continuità di sollecitazioni sonore/sensoriali/conoscitive  rischiamo di non esser più in grado di ascoltare attentamente, fino a commettere errori talvolta molto gravi.

 

Mi sembra assai attuale una riflessione simile, al punto giusto provocatoria. La ricerca teorica relativa a qualunque disciplina - e qui non possiamo non sentirci chiamati direttamente in causa - deve interrogarsi su quali siano i propri territori, su quali debbano essere oggi i propri limiti, se esistano ancora  dei limiti, delle linee d’ombra il cui superamento è rischioso ma verso le quali tendere criticamente, per avanzare nella conoscenza e poter costruire un dialogo. Si tratta di limiti spaziali - contenutistici - ma anche di limiti temporali, pause che ammettano zone neutre dalle quali fare chiarezza, attraverso le quali vedere più nitidamente l’oggetto ed il percorso della propria ricerca, anche scientifica. Aspirare alla sospensione positiva, al vuoto come condizione sine qua non potrebbe avvenire la comprensione del pieno. Quel noto In Between delle arti che potrebbe essere esteso alla riflessione filosofica sulla scienza.

 

“Le arti convergono solo là dove ognuna persegue il proprio principio immanente”, così scrive Adorno nel 1966, e tale lo cita Vittorio Gregotti in apertura del suo testo “L’Architettura nell’epoca dell’incessante”[2]. Il destino delle arti, e dell’architettura tra esse, sembra essere quello della presa di coscienza della propria marginalità ed impotenza nel mondo contemporaneo … Così sembra più arduo ma anche più urgente il tentativo per ogni  disciplina di perseguire la via della ricerca della specificità e dei propri fondamenti, recuperandone “frammenti di verità”. Nella misura in cui lo studioso, lo scienziato, il professionista sanno tendere alla ricerca approfondita della essenza della propria arte, riuscendo a comprendere quali siano effettivamente i territori delle proprie applicazioni ed azioni, allora è possibile un contatto, un fertile avvicinamento delle arti e delle scienze.

 

Similmente la lezione di Israel sottolinea tali necessità: conoscere e rispettare i limiti in maniera critica e consapevole, per procedere nella verità e nell’evoluzione civile, per risolvere gli stati di crisi ed evitare una contagiosa regressiva cecità degli studi e delle innovazioni.

E perché questo sia possibile, è fondamentale che la tecnica proceda guidata dall’approfondimento scientifico, la pratica dallo studio teorico, l’operare dal sapere, senza che questo rimanga meramente astratto - slegato dalle problematiche della quotidianità - e tuttavia ulteriore ad essa; che la scienza a sua volta non tenti di dare risposte che non sono e non possono essere sue, quali la dimostrazione dell’esistenza o della non esistenza di un Dio, non cerchi di chiarire questioni trascendenti, perché rischierebbe di farsi Metafisica, di non ben chiare competenze, di non essere più scienza, fino a tradire la propria ragion d’essere.

 

Il progetto di Architettura è quanto di più chiaramente vicino a questa idea fondativa: progettare è pro-iciere, gettare avanti, pre-figurare una situazione non ancora esistente, dunque fare ipotesi sulle alternative possibili, sulle potenzialità trasformative dell’intervento, sulle relazioni che questo potrebbe mettere in crisi o in azione. La fase progettuale dell’architettura, che ne è poi nocciolo sostanziale, è per così dire quel filtro, quell’intervallo tra il possibile ed il reale, tra l’idea e la sua concretizzazione. Essa ci consente di declinare le intenzioni creative del progettista in scelte formali e costruttive ben definite, ma a lungo vagliate grazie al supporto di strumenti di vario tipo, di rappresentazione e verifica continua, quali il disegno, le matematiche e le scienze, la conoscenza del territorio e dei segni stratificati su esso, il confronto con la storia e lo stato dell’arte, il dialogo interdisciplinare, con tutte le arti, l’economia, la geografia, le varie specializzazioni, le tecnologie, gli apporti teorici alla disciplina, lo studio di progetti esemplari … Ogni decisione progettuale deve essere verificata e valutata, ogni errore scoperto e risolto, ogni linguaggio deve essere compreso, ogni problema amplificato e dunque sciolto, prima che l’architettura sia compiuta e tangibile. Il progetto incarna e sublima la necessità di una ricerca teorica, a guida e previsione di quanto l’applicazione pratica renderà concretamente esistente.

 

Il progetto - ed in particolare il progetto urbano di cui ci occupiamo nella ricerca dottorale - indaga le possibili soluzioni spaziali in situazioni che si presentano quasi sempre contraddittorie e difficili, cerca risposte a problematiche assai ampie, che toccano la sfera della sociologia della politica dell’economia oltre che dell’architettura e della poesia, poste fra l’instabile paesaggio della diffusione urbana e i lacerti di un territorio rurale o comunque più antico che fatica a mantenere i suoi connotati. L’operazione architettonica ed urbana mira a modulare il vuoto, a dare forma ed identità al bordo, a quel limite  (tra l’urbano e il non-urbano, tra pieno e vuoto, tra artificio e natura, il noto e l’ignoto …) da rispettare e valorizzare, alla fascia di margine che non è linea ma luogo, con un suo spessore problematico e potenziale, stabilendo nuove relazioni legate agli spazi e ai tempi che qui si scontrano - si sovrappongono - possono dialogare.

Il margine, nella sua accezione più ampia, teorica ma anche fisica come quella che affrontiamo  nel progetto, diventa occasione per una riflessione che mira ad integrare i mondi che si toccano ai suoi lati, senza però volerli confondere o alterare. Lo spazio di silenzio e di modulazione che esiste tra realtà differenti così come tra le diverse discipline o pratiche  è il medesimo intervallo che separa e media la riflessione teorica con la sua traduzione in sperimentazioni concrete, tra lettura e scrittura, ed è territorio al limite, che come tutte le zone di frontiera necessita di particolare attenta e dialogica cura.

 

La tecnica e la realtà virtuale è universo ulteriore, che rappresenta ed amplifica tutte quei processi di cui parliamo, e dei quali il professor Ubaldo Fadini ha brillantemente disquisito nella sua lezione;  può cioè essere considerata notevole risorsa nonché territorio mediano e mediatico per l’evoluzione della ricerca scientifica e della esistenza dell’uomo. L’antropologia filosofica guarda alla tecnica con uno sguardo aperto su tutte le sue possibilità e sulle prospettive che essa nella ricerca è in grado di aprire, nel momento in cui il suo approccio e la sua applicazione siano critici e consapevoli.

Ubaldo Fadini - filosofo e docente di Estetica, Università degli Studi di Firenze- ha voluto fortemente sottolineare le potenzialità che i processi di virtualizzazione hanno per l’evoluzione scientifica e civile, considerandole risorse significative per la simulazione e quindi la valutazione di nuovi possibili migliori mondi. Quando entriamo in una realtà virtuale è come se ipotizzassimo una o molte possibili alternative alla situazione presente - più o meno problematica e in attesa di trasformazione - prefigurando un’eventuale soluzione, attraverso l’uso di strumentazioni tecnologiche delle quali solo oggi disponiamo. Ci è consentito di  mettere in discussione realtà, di problematizzarla simulandone dei mutamenti, o verificando anticipatamente le conseguenze di certe operazioni.

Ogni situazione di crisi è così occasione per intravedere alcune risposte, oltre la voragine si apre  la Verità: se la crisi spezza e rompe, tale rottura non è necessariamente una catastrofe che non lascia nulla, le cose si separano, anche violentemente, e così facendo si distinguono recuperando una loro identità, trovano uno spazio dal quale poter procedere e parlare, terreno fertile per l’intuizione. Krínein significa giudicare, separare, dunque anche dare autonomia e vita: in seguito alla rottura c’è l’ordine, qualcosa ci è detto sul prima e sul dopo. Buona critica è quella che mettendo in crisi ci fa avanzare.

Dunque di tutti i processi di virtualizzazione che investono la realtà è messa in luce la potenzialità: le prestazioni tecniche ed informatiche, tanto presenti nell’esistenza dell’uomo contemporaneo, e tanto forti perché come lui elastiche, sinuosi, adattabili, infinite e mutevoli …, non possono che mostrare ed attuare un’azione trasformativa dello stato delle cose, delle nostre intelligenze e sensibilità, dunque anche della nostra corporeità, ad esse strettamente legata per via emozionale.

 

Se la tensione al limite appartiene ad un percorso di ricerca e di progresso realmente guidato da coscienza illuminata e conoscenza illuminante, consapevole delle proprie possibilità e delle proprie criticità, dei propri limiti in primis, essa è indubbiamente costruttiva e prolifica.

Da un lato perciò siamo richiamati al rispetto del limite, inteso quale estensione massima di libertà, Linea d’ombra [3] oltre la quale l’ignoto può farsi rischio e poi caotico crollo; dall’altro ci è rammentato come si possa e si debba partire per una crescita proprio dalle situazioni al limite, realtà critiche e problematiche - le aree di margine del tessuto urbano e metropolitano, spazi oscuri ma estremamente fertili per l’intervento, ricchi di stimoli e confronti; i territori limite delle sperimentazioni scientifiche; i luoghi critici della riflessione etica sull’esistenza ai suoi estremi; le situazioni d’emergenza socio-economica o di povertà umana ed affettiva; le sfide più grandi che innumerevoli stimolano le nostre intelligenze. Il margine come potenzialità perché pausa al dominio dell’antropizzazione ed anello di rottura di un sistema in crisi che ci si apre davanti agli occhi e ci si offre per l’indagine ed il progresso civile.

 

Fadini ha spiegato a tal proposito molto bene la posizione dell’Antropologia Filosofica del secondo decennio del XX secolo, soffermandosi su ciò che essa ritiene essere caratteristica costitutiva dell’essere umano, la sua ricchezza pulsionale, elemento peculiare che lo distingue dall’intero mondo animale, dotato invece di una elevata capacità istintuale - cioè di reazione predeterminata ed immediata agli stimoli provenienti dall’esterno. Se tale corredo istintivo permette all’animale di sopravvivere senza alcuna protesi in contesti anche difficili ma comunque noti e scarsamente modificabili, lo stesso manca all’uomo, il quale non è in grado di sopportare autonomamente e senza questo basilare supporto le avversità naturali. Eppure la stessa carenza - il suo stesso limite - diviene risorsa infinita e vitale: egli sviluppa una capacità adattiva che prende origine e forma dalla ricchezza pulsionale, sua qualità specifica, energia vitale dirompente con la quale gli è possibile affrontare le situazioni date, i pericoli i rischi le necessità, scardinando gli ordini normali e normati, prefigurandosi nuove soluzioni e nuovi mondi possibili.

L’uomo, pulsionalmente ricco e naturalmente tecnico, cioè immediatamente dotato di capacità artificiali e portato e relazionarsi e a strutturarsi tecnicamente, riesce perciò ad inventare e a creare da sé ciò di sui è carente, a risolvere costruttivamente le proprie problematicità, superando quegli stessi limiti che in origine lo connaturavano.

Il tal senso il superamento del limite è letto quale conquista legittima e fertile della civiltà; dalla situazione di crisi - dalla zona di frontiera - emergono nuove possibilità, proprio da essa si dipartono impreviste e validissime via del sapere e dell’esistenza.

 

Rileggendo e ripensando alle due stimolanti lezioni dei professori G. Israel e U. Fadini, di cui ora mi sono limitata a recuperare solo pochi spunti e che ho certamente considerato con un’attenzione influenzata dalle questioni di cui abitualmente mi occupo, facendone probabilmente un’interpretazione un po’ forzata o comunque personale, fino a confrontarne posizioni in realtà ben distinte anche se complementari per diversi aspetti, ricostruisco una via illuminante per la ricerca.

 

Lo studio scientifico ed in generale la riflessione teorica - la Pura Scienza dei  classici che mira alla crescita della civiltà e dell’uomo -, senza chiudersi in se stessi ma verificando le proprie ipotesi dal confronto costante con la pratica, siano consapevoli di se e dei propri limiti, oltre che delle proprie enormi potenzialità e sappiano così guidare ed accompagnare la sperimentazione. Lo studio illumini l’esperimento, la speculazione filosofica chiarisca l’azione, il progetto indirizzi la traduzione delle idee in opere costruite.

La pulsione creativa ed innata dell’uomo continui a stimolare le scelte e le rivoluzioni della scienza, l’intuizione sia acqua fresca per il terreno della ricerca, ne sia il primo insostituibile nutrimento, immaginandone nuovi modi e sempre migliori risposte; le condizioni di crisi siano sede di dibattito e confronto costruttivo, potenzialità non usuali per il superamento di se stesse.

Studio attento, intuizione creativa e confronto con la realtà: gli ambiti costitutivi delle ricerca siano complementari e sempre affiancati, strettamente uniti e consapevoli di costruire solo in questo sodalizio critico la base perché il Limite possa sussistere ed essere affrontato - superato o risolto - nella pienezza del suo significato, linea estrema da rispettare ed alla quale riferirsi, contenitore di identità e di contraddizioni, che contemporaneamente può farsi risorsa inedita, straordinaria potenza conoscitiva e creativa.

 

 

Riferimenti bibliografici

AA.VV., M. Bertoldini (a cura di), La cultura politecnica 1 e 2, ed. Bruno Mondadori, Milano 2004 - 2007

Ubaldo Fadini, Sviluppo tecnologico e identità personale. Linee di antropologia della tecnica, Bari 2000

Gillo Dorfles, L’intervallo perduto, ed. Skira, Milano 2006

Vittorio Gregotti, L’architettura nell’epoca dell’incessante, Edizioni Laterza, Roma-Bari 2006

Carlos Martì Arìs, Le variazioni dell’identità - Il tipo in Architettura, ed. Città studi, Novara 1993

Marc Augè, Tra i confini, città margini interazioni, ed. Bruno Mondadori, Milano 2007

 

 


[1] Gillo Dorfles, L’intervallo perduto, Skira Editore Milano 2006

[2] Vittorio Gregotti, L’architettura nell’epoca dell’incessante, Editori Laterza Roma 2006

[3] È titolo del romanzo di Joseph Conrad, The Shadow Line, pubblicato nel 1917

Posted: Ottobre 29th, 2008
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progetti integrati città- campagna

Verso un’ agricoltura urbana

Oggi l’agricoltura urbana torna ad essere oggetto di studio per i ricercatori, studiosi, pianificatori e architetti. “Utilizzato nei paesi in via di sviluppo, il concetto di urban agricolture designa tutte le attività agricole intra- e peri urbane con finalità precipuamente alimentari” scrive Pierre Donadieu1 sottolineando la volontà di valorizzazione dell’agricolo in rapporto alla “domanda economica, ecologica, sociale e culturale del mercato cittadino vicino ai luoghi di produzione”2 Partendo da analisi svolte a scala globale atte a definire i caratteri e i connotati dell’agricoltura urbana emergono alcune pratiche volte a creare un interazione città-campagna. Si possono distinguere tre filoni di ricerca e sperimentazione volte al ripensamento del rapporto città-campagna che si concretizzano in forma di diversi interventi e progetti. Appendice della città, la campagna doveva essere addomesticata, colonizzata, annessa alla vita urbana”3 per cui il legame città campagna è strettissimo e risale alle prime definizioni del concetto di campagna, termine introdotto in rapporto alla città.

Esempi di progetti integrati città- campagna

La sezione “esempi di progetti integrati città- campagna” del sito è rivolta all’identificazione di piu’ declinazioni dell’agricoltura urbana: l’ interpretazione e la lettura del territorio rurale, l’utilizzo della risorsa tempo libero e la produzione, intesa come domanda di prodotti alimentari che si concretizzano nell’offerta di circuiti brevi di commercializzazione o attività di raccolta diretta nei campi (modello pick your own di alcune tipologie di intervento in forma di progetti ipotizzati e realizzati, alle diverse scale e in diversi ambiti europei). Questa analisi intende evidenziare i caratteri comuni ai diversi interventi alle diverse scale del progetto, nella definizione di un nuovo scenario progettuale legato allo spazio rurale ripensato in funzione dei cambiamenti di tale aree nel terzo millennio “La pianificazione di campagne urbane attorno alle città presuppone il ricorso a forme di agricoltura urbana ma anche periurbana e rurale, e soprattutto la capacità di costruire relazioni sensibili con lo spazio rurale, tali da consentire la definizione di una nuova ruralità non piu’ limitata alle mere attività agricola e forestale.”4

Da un analisi di diversi approcci disciplinari si delineano alcune linee di pensiero che rimettono in discussione il rapporto tra città e campagna e introducono un nuovo modo di avvicinarsi al progetto dell’agricoltura urbana. Analizzando i diversi progetti a livello europeo e nello specifico anche alcuni progetti relativi all’area metropolitana Milanese si cerca di definire quali sono gli approcci oggi utilizzati.

Interpretazione e lettura del territorio rurale

l primo approccio riguarda l’ interpretazione e la lettura del territorio rurale, a questo proposito emergono alcuni interventi significativi a livello di analisi territoriale come la Barcelona Land Grid (1996-1999) di Actar Architectura, presentato in occasione della mostra: “1856-1999 : Barcelona Contemporania” tenuta al Contemporary Cultural Centre in Barcelona, nel 1995. Appare una mappatura del territorio agricolo che rivela la presenza di una griglia basata su infrastrutture ed orientata al paesaggio, fortemente legata alla geografia e articolante il territorio. Un altro progetto di questa sezione è il parco Unimetal, Caen Francia, di Dominque Perrault. Il progetto si colloca in unarea di 700 ettari che dopo la dimissione di un’industria metallurgica è rimasta libera. La proposta di progetto introduce una griglia geometrica con un orditura di 100metri per 100 metri, che organizza il disegno del parco e definisce un “pre-paesaggio” Il parco è disegnato da pochi elementi, la grigia, un vuoto centrale ed un viale alberato. Nella griglia vengono ipotizzate colture e orditure differenti. Il disegno del rurale in questo caso è dato “a priori”. Si evidenzia da questi esempi progettuali la necessità di ridare un valore figurativo alla rappresentazione del rurale che permetta di far emergere le relazioni con il contesto relazionale e circostante. Nasce una nuova estetica del rurale volta a elaborare dei modelli rappresentativi autonomi attraverso cui lo sguardo, intriso di tali modelli, agisce indirettamente sul paesaggio (in visu) e restituisce la nozione di “nature artialisèe”, artificiata. “L’ artificiazione è dunque la condizione di possibilità di ogni pratica e percezione paesistiche.”5

le ipotesi tempo libero, ecologia e produzione.

Altre tendenze emergono nella progettazione del paesaggio rurale, nelle pratiche di progetto applicate, e si concretizzano nell’utilizzo della risorsa tempo libero e produzione. Il tempo libero comprende sia servizi di natura pedagogica, come visite alle fattorie, turistico ricettiva, come agriturismi e industria alberghiera e ricreativa nella tutela e valorizzazione dei paesaggi rurali (caccia pesca, paesaggi minimi, frequentazione per svago). Per incentivare la frequentazione vengono proposte iniziative legate alla land-art, come l’installazione di Marta Swartz a Mechtenberg, nell’Emscher Park. L’intervento fa parte di un piu’ ampio progetto di riqualificazione legato alla creazione di parchi a livello regionale e copre un area di 290 ettari dove viene sperimentato l’utilizzo di installazioni che uniscano all’uso agricolo la risorsa tempo libero: l’arte opera direttamente sulla base naturale “ in situ”.6

In tempi piu’ recenti le pratiche di progetto di paesaggio rurale prevedono la valorizzazione del prodotto, inteso sia come prodotto alimentare che nell’agricoltura peri urbana è tradizionalmente focalizzato sui prodotti freschi e fragili (agricoltura, orticoltura), sia come prodotti legati all’ecologia come il bio- disel e bio-carburanti. Una suggestione arriva dagli Flk, presentata alla biennale di Architettura 2007, “Città e trasformazioni” Il progetto riguarda gli spazi rurali in Irlanda e prevede una rete stradale, con corsie per mezzi pubblici ed aree agro-energetiche necessarie al servizio pubblico.

Infine l’agricoltura urbana si presta all’offerta di servizi legati all’ecologia, come il riciclo dei rifiuti e la fito depurazione. Esemplari sono i progetti di Viet Ngo e Lemna Corporation rispettivamente a Boulder City, Nevada e a Gorgonzola, Italia. I progetti con tecnologia Lemna System sono disegnati come “corridoi verdi”e segni riconoscibili nel paesaggio ed allo stesso tempo permettono il processo di depurazione delle acque.” La sfida è trasformare questi progetti in significative e interessanti parti del nostro paesaggio” scrive Viet Ngo.

1Pierre Donadieu, Lotus navigator, Maggio 2002

2Ibidem

3P.Campioresi, la belle contrade. Nascita del pesaggio italiano, Garzanti, 1992.

4Ibidem

5Alain Roger, Lotus navigator, Maggio 2002

6Ibidem

Posted: Ottobre 22nd, 2008
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Reportage Chiaravalle

Reportage Naviglio


Fotografie di Nicola Cazzulo

Posted: Ottobre 15th, 2008
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Dejàvù

Processi e prospettive nella la descrizione e nella progettazione della città.

Déjà vu, cfr. Tempo, Passato, Presente, Futuro, Memoria, dal francese “già visto” termine introdotto da Emile Boirac nei primi del novecento per indicare un fenomeno psichico, il termine riferito al passato implica una risposta immediata nel presente ed una proiezione del passato nel futuro, è strettamente connesso alla percezione ed alla memoria.

Il tempo nella progettazione e nella lettura della città.

Il nuovo si trova nelle pieghe del vecchio. Joseph Beuys

Il tempo come lo spazio sono concetti che contengono e racchiudono una molteplicità di declinazioni: interrogandosi sul ruolo della variabile tempo1 nell’analisi e nella lettura del territorio emergono differenti significati che introducono diverse modalità esplicative. Tali letture inducono una traslazione analitica che introduce una dimensione diversa della comprensione e del progetto del territorio. Il tempo come continuo evolversi dei fenomeni urbani, come elemento cruciale della complessità urbana, come stratificazione di tracce e segni, come rapporto dinamico tra mutamento e permanenza: sono alcune importanti declinazioni che agiscono e determinano la forma e l’ immagine della città e del suo territorio.

La città puo’ essere ricondotta alla figura del recinto in cui avvengono scambi relazionali tra individui, “è da sempre considerata l’entità spazio-temporale a più alta entità di relazioni endogene ed esogene” dove già nella prima economia medievale fattori immateriali divengono predominanti insieme alla “dimensione temporale, simbolizzata anche dallo scandire del tempo per opera dei primi orologi pubblici inseriti sulle torri civiche”. 2

Il tempo è dunque elemento imprescindibile per ogni ripensamento delle forme della città e del suo territorio.

Tempo della città e tempo del rurale sono l’ambito di ripensamento in cui scoglie lo storico antagonismo città-campagna. Lo spazio del rurale come “luogo di esecuzione delle decisioni prese all’interno dello spazio urbano”3 definisce un continuum tra città e rurale, un’estensione dell’urbano nel territorio. “L’antagonismo città campagna, che ha a lungo paralizzato il territorio, è anch’esso anzitutto una concezione cittadina, che si presenta, (…) con l’evidenza di una figura inscritta su uno sfondo” 4” Il tempo della città si fonde con quello del rurale:o ggi questa sinapsi spazio temporale crea i presupposti per una simultaneità nella percezione e nella lettura dei fenomeni urbani nel territorio dell’agricoltura periurbana.

Una lettura orientata del territorio : lo sguardo nel tempo.

In un certo sembra che il modo primo di costituirsi della materia nel nostro lavoro di architetti sia il suo presentarsi come frammento di storia e di contesto fisico. Vittorio Gregotti, Il territorio dell’architettura

Da una lettura orientata appare la forte valenza della variabile tempo nella formazione della forma della città e del suo territorio, appare evidente come oggi la dimensione temporale sia legata ad una crescente velocità Parlare di lettura” implica una vicinanza del territorio ad un testo, come suggerisce la metafora del racconto e a un prodotto inteso come stratificazione di elementi per Andrè Corboz “Il territorio non è un dato ma un risultato di diversi processi. (…) il territorio è oggetto di costruzione, e’ una sorta di artefatto. E allora costituisce anche un prodotto” .

Il “lettore” può assumere diverse prospettive e quindi interpretare in modi diversi l’esistente, cambiando punto di partenza visivo cambia la prospettiva e quindi l’interpretazione di un dato territorio.

Una lettura zenitale attraverso una prospettiva onnicomprensiva “a volo d’uccello” interpreta il territorio con occhio scientifico e geografico, tale lettura mutua le interpretazioni e le codificazioni cartografiche proprie della geografia e ci restituisce un collage visivo che comprende, in senso etimologico, il territorio. La mappa “restituisce lo sguardo verticale degli dei e la loro ubiquità”5

Un lettura frontale pone il soggetto al centro dell’ interpretazione spaziale, tale sguardo ci pone in rapporto biunivoco con il testo e ci avvicina all’archetipo del reportage.

Infine si puo’ leggere il contesto “nel tempo”, ponendosi in rapporto al passato, al presente in essere ed al futuro implicando i concetti di mutamento e permanenza, cio’ che questo sguardo ci restituisce è l’archetipo del déjà-vu.

Il déjà-vu puo’ essere assunto come paradigma interpretativo del territorio: tiene conto dell’importanza della variabile temporale come matrice descrittiva.

Lo sguardo nel tempo crea una dimensione aggiuntiva nella lettura del territorio e quindi nella sua de-scrizione. Il continuo evolversi dei fenomeni urbani, diventa elemento imprescindible per qualsiasi ipotesi di cambiamento: tra cio’ che rimane e cio’ che scompare si riscontra la complessità del divenire scriveva Deleuze in “differenza e ripetizione”.6 Quanto la variabile tempo sia connessa con le modalità di intervenire in un ambito territoriale è una proiezione delle possibilità generatrici nell’applicazione dell’archetipo del “deja vu”. Una lettura orientata alla variabile tempo ci restituisce una prospettiva progettuale che costruisce dinamiche spaziali e temporali che riflettono la società contemporanea.

Leggere come atto creativo “ Leggere vuol dire qui leggere bene, decifrare criticamente i testi; leggere con attenzione, in modo informato, e non più meccanicamente o innocentemente: si tratta di porre istituzionalmente, come fine dell’educazione, non più l’operazione della lettura (oggetto principale dell’insegnamento primario), ma l’attività della lettura, come sviluppo dell’intelligenza critica.” come scrive Rholand Barthes.7

Leggere puo’ essere una pratica di azione come per i situazionisti per cui è possibile sovvertire l’ordine della lettura e della codificazione del contesto dando luogo a nuove interpretazioni dell’esistente attraverso alcune pratiche. “ Il deturnement, ossia il reimpiego in una nuova unità di elementi artistici preesistenti, è una tendenza permanete dell’avanguardia attuale, cio’ sia anteriormente alla creazione dell’I.S. che in seguito. Le due leggi fondamentali del deturnement sono la perdita d’importanza- che va fino alla dissoluzione del suo senso proprio – di ogni elemento autonomo sottratto; e nello stesso tempo l’organizzazione di un altro insieme significante, che attribuisce ad ogni elemento la sua nuova portata.” 8

Un territorio nel tempo: Chiaravalle milanese.

(…) Il progetto della città contemporanea è fondamentalmente un progetto di suolo in grado di costruire un orizzonte di senso per una città inevitabilmente dispersa, frammentaria ed eterogenea. Di necessità esso investe simultaneamente le diverse parti della città, le attraversa e le collega, utilizza materiali e costruisce situazioni nelle quali puo’ essere riconosciuta una nuova estetica urbana, costruisce ritmi spazio-temporali e sequenze nelle quali possano essere riconosciute le pratiche sociali del nostro tempo.

B.Secchi, Prima lezione di Urbanistica

E’ importante definire il territorio in rapporto all’uomo, a questo proposito richiamano la definizioni che Andrè Corboz da del territorio. “il territorio è di moda” con questo incipit Corboz affronta il tema ne “il territorio come palinsesto” (1983). Corboz sostiene che l’antagonismo città campagna sia ormai superato in quanto la città si è estesa oltre i propri confini ed ha reso il rurale il luogo di esecuzione delle decisioni prese all’interno dello spazio urbano” 9 L’urbano si è esteso all’intero territorio, concetto che denota quindi un’”unità di misura dei fenomeni umani.” Il territorio si modifica sia spontaneamente che per mano dell’uomo “Il territorio non è un dato ma un risultato di diversi processi (…) I determinismi che lo trasformano seguendo una loro propria logica (cioè quelli che rientrano nell’ambito della geologia e della meteorologia) sono assimilabili ad iniziative naturali mentre gli atti di volontà che mirano a modificarlo sono in grado di correggere in parte le conseguenze della loro stessa attività”. L’uomo modifica il territorio costantemente riscrivendo le tracce presenti in esso e creando una serie di di stratificazioni. “Il territorio è oggetto di costruzione. E’ una sorta di artefatto. E da allora costituisce anche un “prodotto”. Il territorio è sia oggetto che soggetto, in quanto si estende “là “ ma allo stesso tempo risulta proiezione psichica dell’essere umano. “la natura è cio’ che la cultura designa come tale” conclude Corboz. Il territorio partecipa dunque della condizione umana di essere naturalmente artificiale sia in n quanto prodotto sia come proiezione dell’umano.

Se il contesto è stratificazione di tracce e sedimenti nel Parco Sud Milanese questo è evidente. Tra i segni presenti sul territorio appaiono stratificazioni temporali successive, tracciati dei campi, vecchi e nuovi tracciati e architetture del passato. Tra queste si evidenzia l’abbazia di Chiaravalle,

Chiaravalle mantiene caratteri dell’antichità nella sua abbazia che ha perso tuttavia ogni relazione con il proprio intorno. Mentre un tempo l’abbazia era coesa con il proprio borgo e circondata da orti monastici e giardini oggi rimane isolata nel contesto. Il territorio rurale circostanteha pèrso la propria autonomia e risulta soffocato dall’ecessiva vicinanza alla città.

Azioni per il rururbano

il rinvio della nozione di territorio a quella di atto e poi di arte ovvero il rinvio dall’idea naturalistico-cosale del territorio a quella dell’agire e del fare” determina un punto di svolta (…) fare originariamente per noi può forse solo significare decostruire l’opposizione natura-artificio e tramite essa criticare anche ogni eccesso di appropriazione della natura”.Nicola Emery, L’architettura difficile.

Se il territorio è prodotto ed estensione dell’uomo l’architettura è espressione della società e quindi il territorio va pensato in prospettiva al divenire “

Possiamo decidere di allineare la nostra intelligenza a quella della natura” come scrive Beuys. 10Questo concetto viene ripreso in un testo di Nicola Emery “ l’artista puo’ tentare di allineare il proprio fare, la propria intelligenza pratica alla natura con actionen esemplari tese a sviluppare su scala territoriale il concetto “poietico” di cura, concretamente inteso (..)”11

L’uomo quindi deve ricorrere all’azione nei confronti del territorio. “Solo un maggiore sviluppo tecnologico e un’attenzione critica in campo culturale possono far cessare la dinamica predatoria che la moderna tecnologia ha riversato sul territorio. (…) la coscienza ambientale è utile quando incrocia con il suo opposto: l’artificialità di tutte le esperienze fisiche reali è il punto di partenza per creare nuovi paradossi e nuovi interrogativi.”12

Il progetto in quanto modificazione di un luogo diviene quindi una possibile chiave per ricongiungere un modello astratto ad una realtà naturale “allineandosi con la natura”. Per Beuys l’uomo è custode di un’energia in grado di modificare il mondo: sia in senso morale che sociale, civile, estetico, ecologico. L’uomo è capace infatti di modificare gli oggi sprigionando da essi energia. Il motore di tale processo è la “creatività”. ‘ L’azione sul territorio è quindi la chiave della modificazione che mira all’equilibrio ta natura e artificio. Il progetto consente di operare sul territorio allineandosi alla natura e recuperando la tradizione interpretando le stratificazioni sul territorio. L’azione si misura con il contesto e con gli elementi che lo costituiscono. Quindi gli elementi del contesto grazie ad una lettura consapevole divengono significanti. Tali elementi ristabiliscono nuovo senso e nuove relazioni e restituiscono un senso di identità al luogo. Un nuovo ordine che deriva dal ripensamento dell’esistente ma anche da un’atttenta lettura del contesto che preserva i materiali legati alla memoria. “(La) nozione di appartenenza (ad una tradizione, ad una cultura, ad un luogo, e cosi’ via si oopone progressivamente all’idea di tabula rasa, di ricominciamento, di oggetto isolato, di spazio infinitamente ed indifferentemente divisibile. A questa stessa nozione di apparteneza si deve fare riferiemnto anche per spiegare, nella stessa avanguardia, l’attenzione per i materiali della memeoria,, certo in una visione non nostalgica ma di contrapposiozione, di collage, di “object trouvè” di costituzione di nuovi ordini collezzioni attraverso lo spostamento contestuale.” 13

Se dunque la città stessa è la memoria collettiva degli uomini, come dice Aldo Rossi, ancora una volta torna la metafora del deja vu che ci restituisce una percezione legata alla memoria e che prefigura nel futuro un evento legato al passato. “ Non si fa nessuna differenza tra città antica e moderna, tra un prima e un dopo, dal punto di vista del manufatto (…) essendo proprio della città il suo carattere di permanenza nel tempo.”14 scrive ancora Aldo Rossi nella sua concezione della città per elementi primari. Esiste quindi una connessione e quasi una sovrapposzione tra il vecchio ed il nuovo. La modificazione è perfettamente in linea con il passato e ilprogetto si rivolge al cambiamento ma con attenzione agli elementi significanti preesistenti. “Conservazione significa anzitutto tradizione, cioè realtà di cio’ che è durevole, significa accettazione consapevole e deliberata di un eredità da far fruttare, significa fedeltà ai principi, confronto con le regole, ecc… significa adesione ed emulazione nei confronti degli esempi della storia, continuità degli elementi del mestiere, ecc. e trasformazione, cioè progetto significa esattamente la stessa cosa”15

L’ambito di Chiaravalle milanese necessita di azioni volte a reinterpretare gli elementi delle importanti preesistenze insieme alle tracce ed agli stratificazioni per ridare nuovo senso ad un insieme frammentario e disperso.

Sono le forme singolari dello spazio e del tempo che ci offrono gli elementi per un progetto di identità. Se oggi “le strade, gli edifici, la natura coesistono in relazione flessibile, apparentemente senza ragione in una spettacolare diversità organizzante”16 è nel decifrare gli elementi notevoli che è possibile dare nuovo senso alle relazioni tra gli elementi. Cosi l’abbazia riassume il ruolo di centralità che aveva storicamente e stabilisce una nuova relazione di senso con il rilevato ferroviario dismesso che tornando alla natura diventa luogo del passaggio e tramite dall’urbano al rurale. La nuova infrastruttura verde che mette in relazione la stazione e quindi il tessuto urbano con il territorio rurale è la spina dorsale di un micro sistema di azioni -progetto nel rurale. Nuove relazioni si verificano in sistema di connessioni lente e offrono l’occasione di creare dei processi modificativi nell’esistente. Le cascine dismesse e in stato di degrado diventano residenze temporanee e centri benessere, iniziative adotta un albero e pick your own creano occasione di rivitalizzare la natura dei giardini e dei campi, orti urbani e giardini riconnotano spazi dequalificati e privi di identità. Dalle spoglie del disordine si ripristina un’antica armonia, ritrovato eco del passato e proiezione futura, una sorta di dejavu rururbano.

1Dal testo del Convegno DIAP

2Midland, La città di Mezzo ricerca di Assimpredil Ance a cura di Mario Abis Angela Airoldi, Giorgio Goggi, Gaetano Lisciandra, Dedalo, 2008

3citazione di Franco Farinelli

4Andrè Corboz, Il territorio come Palinsesto, Ordine Sparso a cura di P.Viganò

5Citazione di A. Corboz in “il terriorio come Palinsesto, in Ordine Sparso a cura di Paola Viganò.

6Gilles Deleuze, Differenza e ripetizione.

7 Roland Barthes – A.Compagnon, voce Lettura in Enciclopedia Einaudi, v. 8°, Einaudi, 1979, pp. 176/187

8International Situazioniste, n 3, Dicembre 1959. (Reprint Paris 1997)

9Citazione di Franco Farinelli in A. Corboz, Il territorio come palinsesto, Ordine sparso, a cura di P.Viganò

10L’artista tedesco Joseph Beuys è uno dei portavoce più rappresentativi delle correnti concettuali nell’Arte della seconda metà del Novecento.

11Nicola Emery, L’architettura difficile, Ed. Christian Marinotti, 2007

12Abalos e Herreros, traduzione dalla voce “natura” nel Dizionario di Architettura Avanzata, Actar, 2003

13Vittorio Gregotti, modificazione cit. in A.Di Franco, Agorà, Quota Zero.

14A.Rossi, L’architettura della Città.

15citazione

16Rem Koolhas, Generic City, Junk City

Posted: Ottobre 15th, 2008
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