Progettare luoghi per l’Inte(g)rAzione
Anna Arioli
Il tempo è sempre stato presente nei miei lavori dove lo spazio è agito, dove il rimando al tempo della storia ma anche al tempo dell’attraversamento è evidente. Qui il mio “segno contestuale” è chiaramente dentro una storia che è, anche, storia personale. La scultura agisce sul luogo assumendone gli spessori storici e culturali, gli equilibri, le misure, le morfologie proprie della città. La scultura si fa “luogo del pensare”, elaborazione di forma, ove il rapporto con l’opera diventa misura del pensiero sul nostro essere e stare nel luogo (nel mondo). La scultura si fa pensiero.

Mauro Staccioli , “Le balze” _ ferro nero, cm 250×1000 cad. (6 elementi) _ Mura etrusche, Volterra (1972)
ComPresenza e ConTemporaneità Il territorio è una superficie con uno spessore legato al tempo, un deposito di materiale stratificato e complesso, nel quale andare ad individuare tracce nascoste o scomparse, tracce a tratti visibili e presenti allo sguardo o tracce ancora non ben riconoscibili, in modo che il paesaggio, urbano e non, possa essere materiale di indagine scientifica per il recupero di quei segni a cui ancorare le trasformazioni future. Frammento, segno e traccia emergono dall’intricata disorganicità contemporanea ed il panorama diventa quello di uno spazio composito fatto di elementi sovrapposti (1).
Lo sguardo che riconosce il luogo affronta la comprensione di esso attraverso il riconoscimento delle sue parti e delle loro interazioni, e la considerazione inevitabile dell’azione della variabile temporale su di esse, tendendo perciò a penetrare lo spazio da un lato per elementi semplici, dall’altro per strati sovrapposti. L’indagine della forma e dei luoghi dell’ambiente si unisce al riemergere della memoria, dal passato e dal presente, poiché i “materiali” per immaginare la nuova città, dunque per il progetto, derivano necessariamente dall’interpretazione di ciò che nel tempo sul territorio si è depositato: “la creazione vive come genesi sotto la superficie visibile dell’opera” (2).
TrasformAzione _ tempo e progetto Imprescindibile è la considerazione della dimensione temporale in qualunque processo di ricerca, scientifica, artistica, esistenziale: così il Progetto - di architettura ed urbano - deve essere luogo della compresenza dei tempi che nei corsi e ricorsi della storia si succedono e si sovrappongono, il tempo passato, quello presente e quello futuro: in dialogo con le tracce che continue attraversano la nostra memoria e dedito alla ricerca di risposte per le attese - materiali e poetiche - dell’uomo per cui lo spazio è creato, contenitore di nuove ma già incise necessità e identità.
E’ un gesto inscritto nel tempo, memoria presente volta al futuro, che non appartiene al tempo lineare e meccanico della scienza ma alla durata del tempo vissuto della coscienza, un gomitolo di filo che cresce conservando se stesso nella vita dell’io, che vive il presente con la Memoria del passato - “il nostro passato ci segue e s’ingrossa senza posa col presente che raccoglie lungo la strada” (3) - e l’anticipazione del futuro.
Si parla (oggi) sempre meno un linguaggio temporale. Il passato non viene più pensato come una fonte a cui attingere per arricchire il presente, allo stesso modo in cui il presente non si nutre più di prospettive future. Siamo ripiegati nel presente, nell’immagine, vale a dire nello spazio (4).
Urge recuperare una capacità trasformativa densa di profondità temporale, non soltanto relativa a ciò che c’era prima - in noi o nelle cose - ma anche a ciò che potrà esserci nel futuro: occorre ripensare al significato primo della parola “pro-gettualità”, la volontà di lanciare avanti qualcosa, un’azione che prende nell’esistente ciò che sceglie come fondamentale e non trascurabile, lo medita lo comprende ed infine lo trasforma, lo fa suo per la creazione di luoghi e di significati nuovi, prossimi e duraturi. Prendo a riferimento quei progetti di architettura che, a partire da uno studio approfondito dello “stato di fatto”, agiscono incidendo sul territorio nuovi segni e sensi, che comprendono in sé quelli originari e già presenti - spesso muti - li mettono in dialogo con la propria memoria, creando luoghi capaci di accogliere ogni Presente.
InterSezioni _ attraversare i tempi della città L’importanza della dimensione temporale emerge alle successive fasi progettuali - la lettura e la scrittura - ed alle diverse scale alle quali lo sguardo indaga ed il progetto agisce. Così le tracce della memoria - collettiva ed individuale - riemergono dalle stratificazioni e dai successivi sviluppi temporali anche nel tessuto della città contemporanea, secondo una duplice direzione spaziale:
La sezione orizzontale: Espansione _ dal centro alla periferia è l’espansione progressiva sul piano orizzontale, dal nucleo storico ai suoi successivi sviluppi fino alla periferia ed alla città diffusa.
La Sezione verticale: Stratificazione _ dalla quota più bassa della città di fondazione fino alla superficie vissuta della contemporaneità - la quota zero del presente - ed alla verticalità dello skyline proteso al futuro procede la crescita e la stratificazione verticale.
Accade pertanto un attraversamento che non è soltanto fisico - dallo spazio compatto della città consolidata a quello dilatato della periferia diffusa - ma anche temporale, un percorso della memoria, dal passato nel presente e vero il futuro, conosciuto ipotizzato o addirittura incerto, ma pur sempre contenuto nelle premesse che per esso sono state poste.
In Límite Limite è fascia di contatto, di scambio, incontro o anche scontro tra realtà diverse: centro/periferia; interno/esterno; intero/frammentato. In tale contesto con forza ancora maggiore il progetto incarna un punto di incontro non solo tra spazi ma anche tra tempi differenti, tra memoria e proiezione in avanti: è esso stesso cerniera temporale tra mondi che qui molto più che altrove si confrontano. Il progetto può attraversare il limite per legare insieme realtà lontane: Il confine - tra i confini - (5) è una zona d’eccezione, perché porta in sé tutta la ricchezza del confronto. E’ fascia di rispetto - zona franca - ma è anche l uogo di conflitto e di guerra, dove le contraddizioni acquistano un’intensità pungente; è zona d’ombra (5) entro la quale le identità si confondono e dialogano, ma in virtù della quale esse recuperano significato e rimettono in equilibrio il proprio centro.
Ogni situazione di crisi è occasione per intravedere alcune risposte, oltre la voragine si apre la Verità. Credo si possa e si debba partire per una crescita proprio dalle situazioni al limite, realtà critiche e problematiche - le aree di margine del tessuto urbano e metropolitano; i territori limite delle sperimentazioni scientifiche; le situazioni d’emergenza socio-economica o di povertà umana ed affettiva; le sfide più grandi che innumerevoli stimolano le nostre intelligenze. Il margine come potenzialità perché anello di rottura di un sistema in crisi e punto di incontro di temporalità sovrapposte - reali o nascoste - che ci si apre davanti agli occhi e ci si offre per l’indagine, la ricerca, l’azione progettuale diretta ad un progresso non soltanto disciplinare ma etico e civile.
Inte(g)rAzione_agire tra i tempi del margine per la creazione di luoghi Il progetto in contesti di margine indaga le possibili soluzioni spaziali in situazioni che si presentano contraddittorie e difficili, cerca risposte a problematiche assai ampie, poste fra l’instabile paesaggio della diffusione urbana e i lacerti di un territorio rurale o comunque più antico che fatica a mantenere i suoi connotati. Esso mira a modulare il vuoto, a dare forma ed identità al bordo, a quel limite (tra l’urbano e il non-urbano, tra il pieno e il vuoto) da rispettare e valorizzare, alla fascia di margine che non è linea ma luogo, con un suo spessore problematico e potenziale, stabilendo relazioni legate agli spazi e ai tempi che qui si scontrano - si sovrappongono - possono dialogare.
Margine è luogo di contatto tra fasi d’espansioni successive, fascia di passaggio o piano di sovrapposizione, ed è questo il dove del Progetto architettonico ed urbano. Qui esso si deve interrogare con insistente urgenza per porre domande ed aprire un dibattito critico e per proporre ipotesi risolutive di questioni assai complesse; sui può realizzare quella intersezione che già è data, cioè coglierne e potenziarne il valore, agire con sguardo operante.
Margine verticale ed orizzontale sono non più nè solo punti o linee ma inter-sezioni, incroci di aree e di spessori, che si fanno inter-azioni nel momento in cui il progetto sa dare loro forma, identità, valore catalizzatore di sensi e suggestioni.
Il margine, nella sua accezione più ampia, teorica e fisica, diventa occasione per una riflessione ed un’azione che mirano ad integrare i tempi che si toccano ai suoi lati, senza volerli confondere o alterare, ma procedendo nella direzione di una loro fertile compenetrazione, per la costituzione di nuovi luoghi.
Saper riconoscere la presenza stratificata di tempi e di usi diversi nella città contemporanea, saperne cogliere il significato e l’importanza per una comprensione ed un’azione progettuale realmente dialogica e costruttiva è fondamentale per uno sviluppo - culturale, sociale, economico, storico. Soltanto lo sguardo attento del progettista che colga ogni traccia e ogni tempo nei luoghi sui quali agisce, ed massimamente nei luoghi sui quali è forte l’azione delle tensioni in gioco - i già nominati contesti di margine - potrà possedere le capacità necessarie alla composizione di nuovi e futuri equilibri. “L’uomo che, quando guarda, vede soltanto ciò che è qui ora, e non quello che potrebbe esserci, non vede affatto“(6).
Se i valori che costituiscono il nostro operare ci domandano qualcosa di più che la semplice preservazione di ciò che davanti agli occhi ci si presenta, qualcosa di meglio che un oggetto accattivante per l’immediato ed incessantemente mutevole gusto, non è possibile né auspicabile limitarsi al mantenimento di manufatti non più vivi né vivibili, né tantomeno alla progettazione di spazi assenti di qualsiasi profondità temporale, sorti hic et nunc senza alcuna capacità di intessere relazioni col prima e col dopo. Ci è chiesto di ricucire ciò che è stato lacerato, di recuperare le identità che sono state perdute, di donare senso e bellezza dove questi urgono, mettendo in dialogo la Memoria Universale e Particolare di un tempo non più storico ma sempre contemporaneo con luoghi e tempi futuri, mantenendo attenzione ed intenzione su ciò in cui il progetto trova la sua ragion d’essere, sul tempo a venire.
Note: (1) Guya Bertelli, Frammenti, scritti di architettura, ed. Clup, Milano 2002; (2) Estratto dai commenti alle opere di Paul Klee, presso la mostra “Paul Klee - Teatro Magico”, Milano - Fondazione Mazzotta, gen-apr 2007; (2) Marc Augé, Tra i confini, città, luoghi, integrazioni, B. Mondadori, Milano 2006; (3) Henry Bergson, Saggio sui dati immediati della coscienza (1889), in Opere (1889 - 96), trad. It. F. Sassi, ed. Mondadori ; (4) Marc Augé, Tra i confini, città, luoghi, integrazioni; (5) J.Conrad, La linea d’ombra, ed. Rizzoli 2008, dal testo originale The shadow line, 1917: “Si procede identificando le pietre miliari dei predecessori, eccitati, divertiti, prendendo la cattiva e la buona sorte assieme. E il tempo, pure, procede - fintanto che si percepisce davanti una linea d’ombra, l’ammonimento che la regione della prima gioventù, anch’essa, deve essere lasciata indietro”; (6) Cosi Peter Marcuse - nel testo “Of time and the Fetishization of the Built City“, parte della sua discussione “The Layered City”, in Peter Madsden, Copenhagen and New York: a comparison - cita Robert Musil. Vedi anche Peter Marcuse, Dual City: a muddy metaphor for a quartered city, Interational Journey of Urban and Regional Research, vol.13, no.4 Dicembre1989.
Posted: Novembre 26th, 2008
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Valeria Erba
Nel mese di Novembre 2008, l’assessore all’urbanistica del comune di Milano ha riaffermato l’obbiettivo di portare la città a 2 milioni di abitanti recuperando circa 700.000 nuovi residenti che dovrebbero essere proprio quei 700.000 pendolari che ogni giorno entrano a Milano per ragioni occupazionali.
Non si tratta di una gaffe o di un’affermazione estemporanea poiché l’assessore Masseroli aveva già formulato il medesimo obbiettivo nel corso del 2007, in occasione della presentazione dei lavori per il nuovo PGT del comune e in alcuni dibattiti pubblici. Si tratta, evidentemente ( e cercherò di dimostrarlo in seguito) di una affermazione provocatoria basata su una valutazione completamente negativa della politica urbanistica degli ultimi 30 anni, che ha prodotto la situazione attuale. Va letto pertanto in termini di una “visione” che intende sovvertire le difficoltà attuali del vivere e lavorare a Milano, cercando di restituire vivibilità, attrattività, qualità alla città.
Se il “visioning” fa parte degli strumenti operativi della pianificazione strategica e come tale deve essere considerato, una affermazione perentoria e poco documentata come quella dell’assessore Masseroli diventa anche “comunicazione mediatica” oggi molto praticata ma anche assai pericolosa per le aspettative che induce.
Cercherò di dimostrare la pericolosità di una affermazione provocatoria come quella dei 700.000 nuovi abitanti a Milano attraverso tre argomentazioni:
1. E’ concretamente realizzabile la previsione date le condizioni territoriali,
urbanistiche e sociali della città?
2. Esistono strumenti in grado di supportare l’obbiettivo?
3. Esistono nella storia urbanistica di Milano situazioni analoghe, di reazione ad
uno stato di fatto e che esiti hanno avuto?
L’ obbiettivo di 2 milioni di abitanti a Milano deve confrontarsi con le condizioni generali dello sviluppo della città che dal 1974 continua a perdere popolazione dato che i residenti sono passati da oltre 1.700.000 a poco meno, di 1.300.000. L’uscita di questi abitanti, che si sono insediati nel territorio circostante la città, equivale ad una città di medie dimensioni come Brescia o Bologna.
Oggi, infatti, non ci si riferisce soltanto alla città metropolitana, ma alla città infinita, dai confini liquidi, proprio per indicare un processo di sviluppo che non riconosce né i confini comunali, né quelli dell’area metropolitana, ma che interessa il territorio di piu’ province ( Como, Lecco, Bergamo, Brescia, Pavia, Lodi), talvolta anche fuori regione (Novara, Piacenza).
Se il fenomeno è di tale portata non può certo essere governato dal solo PGT di un comune, capoluogo, ma le politiche e strategie devono essere ben piu’ complesse e articolate.
Comunque cerchiamo di valutare la fattibilità dell’obbiettivo relativamente all solo territorio comunale milanese. Il comune di Milano ha uno dei territori più ridotti per estensione tra le grandi città (solo 182 Kmq) con una percentuale di suolo urbanizzato tra le più alte, dato che ha superato l’80 % del totale attestandosi sui valori del “continuum urbanizzato” ben espressi dai comuni di Sesto S.Giovanni, Ciniselllo, Bresso, Cologno.
In un territorio cosi’ urbanizzato sono ancora presenti aree riutilizzabili come le aree industriali dismesse, scali ferroviari, mentre esistono aree inedificabili perchè destinate a servizi pubblici o verde agricolo.
Le aree industriali dismesse sono state in questi anni il grande bacino della nuova urbanizzazione di Milano: già dalla seconda metà degli anni 90 si è avviato il processo di riconversione ai fini prevalentemente residenziali dei circa 10 milioni di mq di aree disponibili che si completerà per una quota del 70% entro i prossimi 2-3 anni.
Le prime realizzazioni effettuate attraverso i PRU hanno hanno consentito, su circa 1,6 milioni di mq con indice medio di 0,58 mq/mq di mix funzionale di realizzare residenze per poco più di 16.000 nuovi abitanti teorici. Gli interventi successivi ai PRU, cioè i PII e le concessioni edilizie dirette hanno utilizzato indici più alti (in media 0,78 mq/mq) ma sempre con edilizia residenziale mista a terziario e commerciale.
Se ora si pensasse di dover trovare aree per collocare i 700.000 nuovi abitanti, ipotizzando un indice pari a 1 mq/mq di tutta residenza (quartieri cioè più simili a Quarto Oggiaro che a Pompeo Leoni o a S. Giulia), bisognerebbe reperire almeno 35 milioni di mq (25 mq di slp per per abitante più il 100% per funzioni compatibili, per servizi pubblici e viabilità), a fronte di aree trasformabili residue (Bovisa, Scalo Farini e Porta Romana oltre a Cascina Merlata e Area Expo e aggiungendo anche l’Ortomercato) pari a poco più di 6 milioni di mq . Solo l’utilizzo intensivo ai fini residenziali delle aree agricole vincolate dal Parco Agricolo Sud Milano (eventualità da tutti considerata insopportabile per el conseguenze negative sull’ambiente e sul paesaggio storico della città) consentirebbe di raggiungere l’obiettivo.
L’obbiettivo dei 700.000 di abitanti a Milano non è dunque sostenibile e compatibile con l’attuale assetto urbanistico e territoriale della città in quanto si dovrebbero utilizzare, oltre alle aree attualmente disponibili poiché aree di trasformazione (6 milioni di mq) sufficienti per 200.000 abitanti ammassati in quartieri ad alta densità edilizia e privi di servizi pubblici, altri 29 milioni di mq recuperabili solo sulle ultime aree agricole del Parco Agricolo Sud Milano arrivando ad una urbanizzazione quasi totale del territorio comunale.
Il territorio agricolo Sud Milano, ricco di storia, di paesaggio e di valore economico-produttivo merita ben altra considerazione rispetto a questa disgraziata eventualità.
Veniamo ora alla seconda argomentazione, e cioè attraverso quali strumenti si potrebbe consentire un (parziale) obiettivo di incremento della popolazione milanese, richiamando, in particolare, i pendolari già costretti dagli alti valori immobiliari milanesi a uscire dalla città per trovare un alloggio. L’ipotesi di un premio volumetrico in cambio di edilizia convenzionata e di un affitto equo è certamente uno strumento conforme ai principi di sussidiarietà orizzontale che vedono oggi l’operatore pubblico collaborare con quelli privati per realizzare insediamenti di qualità e di valenza sociale, tuttavia questo implica una capacità di controllo e di indirizzo da parte dell’operatore pubblico che sino ad ora non si è manifestata nel comune di Milano e che ci porta a riflettere sulla terza argomentazione che proponevo: ci sono le garanzie per una politica urbanistica alternativa rispetto alla passata politica che oggi non si vuole condividere?
La politica urbanistica milanese ha già conosciuto due momenti di reazione alle regole in essere; il rito ambrosiano degli anni sessanta e la deregulation degli anni ottanta. Il rito ambrosiano delle licenze in precario si opponeva a un piano regolatore che, sebbene sovra-dimensionato per gli altri indici di fabbricabilità, vincolava ancora il 50% del territorio comunale a verde agricolo, funzione incompatibile con le capacità operative di un regime immobiliare che voleva rispondere al fabbisogno abitativo di quegli anni realizzando quartieri ad alta densità e privi di servizi pubblici1.
La deregulation degli anni 80 continua a vedere il piano regolatore come un insieme di lacci e lacciuoli che impediscono la libera espressione dell’operatore immobiliare e ancora una volta si interviene attraverso il fabbisogno abitativo per erodere ulteriori aree al verde agricolo (progetto casa)2.
Oggi il piano regolatore non è piu’ lo strumento che indirizzerà la trasformazione urbanistica di Milano, sostituitto da un piano di governo del territorio, documento di tipo programmatico, e non vincolistico, ma ancorato, nelle sue scelte, alla valutazione ambientale strategica al recepimento dei vincoli e delle politiche di sviluppo correttamente espresse a scala provinciale e regionale, a obbiettivi di qualità e di valorizzazione delle risorse territoriali.
Tuttavia sembra che il meccanismo delle azioni e delle iniziative imprenditoriali immobiliari si muova ancora nel solco del rito ambrosiano e della deregulation.
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G. Campos Venuti, A. Boatti, A. Canevari, V. Erba, F. Oliva “Un secolo di Urbanistica a Milano” Clup, 1987
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F. Oliva “l’Urbanistica di Milano” Hoepli 2000
Posted: Novembre 18th, 2008
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En plein Air.
Teatro, figura dello spazio aperto.
di Alessandra Giannini
Cuore e frammento.
“Ricostruire il cuore della città, e pertanto riattribuire significato allo spazio pubblico, è un problema che si affronta come la ricomposizione della scena, un luogo per la rappresentazione civica”.1 In termini spaziali il teatro sin dalla sue origini ha sempre avuto un ruolo centrale nella composizione della città. Il teatro ha incarnato il cuore della vita sociale collettiva rappresentando nella città classica l’unità dello spazio pubblico come luogo della vita urbana. Le Corbusier identifica nel teatro una metafora fondamentale dell’unità dello spazio pubblico come luogo per l’incontro delle arti (Le Corbusier). Il teatro è luogo della rappresentazione civica: Le Corbusier critica la scena naturale che la tradizione pittoresca propone come luogo per la rappresentazione teatrale, il Thèâtre de la nature, e predilige la scelta di una quinta urbana per la rappresentazione teatrale. In questo modo egli evidenzia l’esistenza di due poli che identificano la modernità e che si manifestano in un idealismo teso a ricomporre l’unità perduta della città classica e in un’ empirismo pittoresco che cerca nella scena naturale uno scenario alternativo per l’attività urbana all’aperto.
“Vita teatrale e scenario urbano si propongono in questo modo come paradigmi di un’auspicata unità dello spazio pubblico.”2 L’attività teatrale assorge a modello dell’attività urbana all’aperto (De Solà-Morales) e della vita fuori dall’edificio, en plein air. Oggi il teatro all’aperto vive ancora di questa mancanza di unitarietà: la frammentarietà connota oggi gli spazi pubblici assorgendo a nuova figura dello spazio. Se nel tempo è possibile identificare un rapporto stretto tra lo spazio aperto e la figura del teatro nella definizione di uno scambio natura-arte legato alla vita all’aperto, oggi questo rapporto riprende vita in una declinazione che trova la sua risposta in nuove figure dello spazio pubblico.
Teatro, ovvero la figura.
“Noi abbiamo la possibilità di conformare il nostro nuovo mondo urbano in un paesaggio figurabile: visibile coerente e chiaro. Ciò richiederà un atteggiamento nuovo da parte del cittadino ed una configurazione del suo ambiente in forme che attraggono lo sguardo, che si organizzino da livello a livello nel tempo e nello spazio, che si costituiscano come simboli per la vita umana”3 Kevin Lynch
Il teatro esiste come figura fondativa dello spazio pubblico. Con il termine figura intendiamo un “riflesso generato dalla condensazione di esperienze complesse che, in periodi storicamente determinati, assume caratteri di relativa stabilità nell’immaginario collettivo.4 Si possono identificare alcune figure che sono “fondamentali e fondative dell’architettura dello spazio pubblico” tra queste l’agorà, il foro, la basilica, la strada ed il teatro. Ognuna di esse incarna un aspetto della vita collettiva. Il Teatro incarna “il prototipo del luogo della rappresentazione umana, della città, del paesaggio”5 e costituisce una figura archetipica dello spazio pubblico, che prevede l’interazione sociale tra individui. Il carattere figurale del teatro come spazio pubblico, aperto o edificato, si svolge dunque in relazione ad uno sfondo. E’ nella città greca che possiamo ricercare le origini della figura del teatro. “La città concreta che noi analizziamo ha la sua origine in Grecia” scrive Aldo Rossi, “è in Grecia che rileviamo i fondamenti di costruzione della città.”6 E’ quindi la figura del teatro greco quella che per prima rappresenta lo spazio del teatro. Nel teatro greco “le rappresentazioni sono il corrispettivo di vere e proprie esternazioni delle più profonde pulsioni umane contenute entro l’ospitale corpo di Gea la terra dai grandi seni: letteralmente contenute”7, il teatro è uno scavo nel terreno, un manufatto semi ipogeo che funge da contenitore per la rappresentazione scenica. “Ognuno di noi pensando ad una prima forma del costruire pensa allo scavare”.8 Il teatro greco si trova per svuotamento nel sito naturale. Il teatro rappresenta gli elementi basilari dello spettacolo a cui corrispondono distinti dispositivi architettonici: la cavea per il pubblico, il palcoscenico circolare per gli attori, e il palco. Quest’ultimo è orientato in modo da avere il sorgere del sole a destra e il tramonto a sinistra così da sfruttare la luce solare per l’illuminazione dello spettacolo. La cavea, la cui forma ricorda un tronco di cono, è ricavata nel pendio naturale di colline, per sfruttarne la pendenza.
Il teatro della Grecia antica è una figura en plein air che stabilisce un forte legame nel paesaggio e nella natura, sfruttando le componenti naturali come la topologia e la luce del sole. In questo si manifesta la forte unitarietà della città classica dove il teatro è natura ma anche luogo della vita pubblica e figura urbana nello spazio aperto. Il teatro si colloca nella natura e nella polis stabilendo nessi relazionali tra individui.
Il teatro incarna una manifestazione della vita pubblica, in un’analisi sincronica si evidenzia la permanenza di alcuni caratteri del teatro, come il rapporto attore-spettatore: “ un rapporto che si è perpetuato all’epoca della Grecia arcaica fino ad oggi, attraverso le varie differenziazioni proposte dal teatro medievale, dalla commedia dell’arte, dal teatro elisabettiano, dal No, dal Kabuki, ecc.”9
Scenografia, ovvero lo sfondo.
Se la città classica incarna l’archetipo del teatro all’aperto un’altra importante declinazione della figura teatro-natura si manifesta nella Francia del grand siecle. In questo periodo la rappresentazione teatrale assume un grande valore sociale rappresentando “il senso di comunicazione e di ordine, di vita associata e di gradualità gerarchica, di cerimoniale e di mondano decoro”10 che appartengono all’epoca di Luigi XIV. Il teatro è espressione della vita pubblica e sociale e si svolge all’aperto. Gli spettacoli si svolgono nei giardini, che offrono la scena e la quinta in cui si svolge l’azione teatrale. La scenografia diventa elemento imprescindibile nella progettazione dei giardini, che vengono pensati in funzione delle rappresentazioni teatrali che ospiteranno ed allo stesso tempo divengono elemento stesso della rappresentazione scenica. “L’intero giardino è diventato una parte dell’esperienza teatrale attraverso l’uso esteso sia delle prospettive naturali che delle artificiali che sperimentavano le possibilità illimitate dello spazio al contorno”.11 Il teatro torna a stabilire un forte legame con lo spazio aperto e con la natura e a stabilire con questa un rapporto simbiotico di mutuo scambio; il giardino si plasma a quinta dello spazio scenico e nello stesso tempo il teatro dà vita ai giardini, ne qualifica lo spazio del sociale: “ il rapporto tra scenografia ed architettura dei giardini è quindi doppio: da un lato i giardini vengono costruiti come scene teatrali, utilizzandone i criteri prospettici, dall’altro il giardino è rappresentato nel teatro.”12
In questi due precisi momenti della storia il teatro declina le figure dello spazio pubblico en plein air, manifestando l’importanza del teatro stesso come manifestazione di un bisogno sociale che esce dalle mura dell’edifico per collocarsi all’aperto.
Sguardo e limiti .
La rappresentazione teatrale si svolge entro i limiti di uno spazio, che ne descrivono la figurabilità. Nel teatro all’aperto lo spazio si dilata. L’etimologia greca del termine teatro è nel verbo “theaomai”, vedere che sottolinea l’importanza dello sguardo nella rappresentazione. Lo sguardo percepisce il movimento e si orienta in uno spazio che è sfondo. Nel giardino di Ryoan-ji a Kyoto in un mare di ghiaia emergono quindici rocce: da qualsiasi punto le si osservi non è possibile osservarne la totalità. “Sono meccanismi che obbligano ad una percezione dinamica, che a sua volta necessita di una variazione continua del punto di vista e della natura accumulativa dell’esperienza conoscitiva”.13 La percezione è dunque la chiave di lettura dello spazio del teatro en plein air. Il teatro è etimologicamente legato allo sguardo e quindi alla percezione e quando si trova all’aperto la sua esposizione è totale e non può esimersi dal confrontarsi con le modificazioni percettive della nostra epoca. Per Paul Virilio oggi è difficile soffermarsi a guardare, il nostro occhio è abituato alla velocità, insegue il movimento, e lo sguardo è incapace di soffermarsi: “se la velocità è luce, tutta la luce del mondo, allora le apparenze sono trasparenze momentanee ed ingannevoli, e anche le dimensioni spaziali non sono altro che fugaci apparizioni, come le cose percepite nell’istante dello sguardo.”14 Al contrario dell’esperienza cinematografica l’esperienza teatrale si radica ad un luogo e lo identifica.
Il teatro come figura dello spazio aperto si confronta anche con la percezione del vuoto e del movimento nei limiti: si manifesta come spazio sottratto. Il vuoto non è uno spazio in negativo ma è lo spazio della scena, della rappresentazione, dove avviene l’atto teatrale. I limiti della scena sono indefiniti, se non dagli oggetti che essa contiene.”Solo attraverso la forma possiamo concepire il vuoto” spiega la filosofia Zen.
Teatri all’aperto
“Inseguire le forme non è altro che inseguire il tempo, ma se non esistono forme stabili, non esiste assolutamente la forma”15 scrive Paul Virilio. Eppure questo non è vero per la figura del teatro, che muta registro e si declina in nuove figure dello spazio, legate ai nuovi parchi e giardini urbani. Se queste nuove declinazioni del teatro nello spazio aperto sfuggono ad uno sguardo d’insieme, tuttavia vi sono interessanti manifestazioni di questa figura urbana che si legano a luoghi diversi ed eterogenei, che partecipano tutti di una nuova condizione dello spazio aperto.
Un primo esempio è il parco di Terrasson-La-Villedieu, nel progetto denominato Les Jardins de l’Imaginaire, Terrasson, Francia nel 1995. La paesaggista francese Kathryn Gustafson ripropone un anfiteatro all’aperto, disponendo panche in metallo che sottolineano la morfologia del suolo. L’articolazione topografica esistente viene declinata ed enfatizzata dalle curve del progetto e attraverso semplici elementi che dialogano con lo spazio naturale definendo una nuova figura del teatro all’aperto. E’ una figura che si apre al paesaggio, che si espande nell’orizzonte.
Il Parco “immaginario” di Terrasson-La-Villedieu “è proprio sintesi e incontro tra differenti modelli culturali del paesaggio contemporaneo: dall’interpretazione con il giardino di una tradizione legata alla immagine forte di coltivazioni solcate dalle canalizzazioni d’acqua, fino alla totale astrazione del disegno compositivo che rende il parco un vero trattato di Land Art.”16
Un alto esempio di teatro all’aperto contemporaneo si trova alla Fondazione Ca’ La Ghironda, alla Collezione D’arte Moderna e Contemporanea di Ponte Ronca (BO), in Emiglia Romagna, all’interno di un parco scultoreo voluto dall’artista, collezionista e scultore Francesco Martani. Nel parco “protagoniste assolute le opere interagiscono con il paesaggio”17. Il teatro è stato progettato nel 1998 da Franco Savignano che sfrutta la conformazione del terreno, un naturale avvallamento. L’artista realizza una scultura di grandi dimensioni “Skenè” che è allo stesso tempo un luogo per la manifestazione teatrale. In questo giardino arte e natura trovano un perfetto equilibro e nuovamente il teatro torna a rivivere uno stretto rapporto con la topografia, nel giardino scultoreo: “la sensazione è quella che si prova nei giardini cinque e seicenteschi, dove le statue sono parte integrante dell’insieme”18.
Il teatro all’aperto si trova anche nella scena urbana, come nel caso del progetto di Kristine Jensen per Kolding (Danimarca).
Il progetto prevede la trasformazione del centro educativo Nicolai (1890-1930) in un centro multidisciplinare, con un intervento che coinvolge anche le aree esterne di pertinenza. Lo spazio si trasforma in uno scenario, coinvolto dalle molteplici attività all’aperto, nel quale si trova anche un piccolo anfiteato, una platea aperta sulla piazza che diviene la quinta scenica per la performance. Il teatro è quindi la piazza urbana, inclusa nel tessuto edificato.
Il teatro en plein air oggi si manifesta in diverse forme creando differenti relazioni con il contesto: si trova sia in ambito naturalistico che in ambito propriamente urbano, si relaziona alla land art e al paesaggismo e propone nuovi modi d’uso dello spazio aperto.
“Se cominciamo a pensare (…) lo spazio in termini superati, gli artisti che meritano questo nome hanno già sperimentato dispositivi spaziali che non hanno più nulla in comune con la prospettiva o con lo spazio assoluto newtoniano”19. Una nuova sensibilità topologica si manifesta oggi nel progetto dello spazio aperto, spazio che torna ad essere al centro della ricerca architettonica ed urbana e di cui il teatro rappresenta un’ importante declinazione.
- Ignasi de Solà Morales, Decifrare l’architettura, Allemandi & C., 2001
- Ibidem
- Kevin Lych, L’Immagine della Città, Marsilio, 1964.
- Ilaria valente, Figure(frammenti) dell’architettura dello spazio pubblico, in A.di Franco, Agorà Quota Zero, Maggioli, 2007.
- Ibidem
- A. Rossi, L’architettura della città, 1966.
- A.Di Franco, Agorà Quota Zero, Maggioli, 2007.
- Francesco Venezia, Teatros y antros. El ritorno del mundo subterràneo a la modernidad Quaderns d’Arquitectura y Urbanisme, n 175.
- Gillo Dorfles, L’intervallo perduto, Skira, 2006
- Cit di Giovanni Macchia, In Ilaria Valente, Figure dello spazio aperto, Ed. Unicopli, 2000
- Cit di W.H. Adams in Ilaria Valente, Figure dello spazio aperto, Ed. Unicopli, 2000
- Ilaria Valente, Figure dello spazio aperto, Ed. Unicopli, 2000
- Fernando Espuelas, Il Vuoto, Marinotti, 2008
- Ibidem
- Paul Virilio, Estetice della sparizione, Liguori, 1992
- Gianpiero Donin, Parchi, Biblioteca del Cenide, 1999
- Matilde Marzotto Caotorta, Arte Open Air, 22 publishing, 2007
- Ibidem
- Andrè Corboz, Avete detto spazio, Franco Angeli, 2006
Posted: Novembre 14th, 2008
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Renata Akiyama
“Rapid urbanization, especially in the less developed countries, requires careful analysis, bearing in mind that the definition of ‘urban’ and ‘urbanization’ are often inadequate to describe the generally spontaneous expansion of urban settlements. (…) The dominant trend in Mozambique is the ‘ruralization’ of cities and towns.”
Maria dos Anjos Rosário, Presidente da Associação Moçambicana para o Desenvolvimento Urbano
Moçambique tornou-se independente de Portugal em 1975 e depois de 16 anos de conflito civil armado entre FRELIMO (Frente de Libertação Nacional) e RENAMO (Resistência Nacional Moçambicana) assinou seu acordo de paz em Roma. Desde então, tem presenciado um crescimento anual superior aos 8%, o maior índice registrado entre os países africanos importadores de petróleo. O governo tem promovido a liberalização da economia, a descentralização de tomada de decisões e o investimento em infra-estruturas. Mesmo assim, Moçambique é um dos países mais pobres do mundo, há graves deficiências na prestação de serviços e no fornecimento de infra-estruturas, dificuldades na redução das desigualdades sociais e no combate a disseminação do vírus HIV/AIDS. Moçambique está em 172º lugar de 177 paises no ranking do IDH mundial e tem mais de um terço da sua população vivendo com menos de 1 USD por dia.
Com a independência e o fim da guerra civil, as cidades moçambicanas passaram a receber grandes levas de migrantes das áreas rurais em busca de empregos e acesso à educação e à saúde. O maciço movimento da população, entretanto, não foi acompanhado por investimentos em infra-estruturas e serviços urbanos e a população migrada acabou por deparar-se com situações tão precárias quanto àquelas do meio de origem. Nas cidades, as estruturas existentes se deterioraram, proliferaram-se as atividades informais e os assentamentos espontâneos. As rápidas mudanças dificultam o planejamento e as condições de vida da população pioram.
Este processo, presenciado na maioria dos paises da África Subsahariana, é conhecido como “ruralização da cidade”. O centro urbano tende a densificar-se e novas construções penetram nos interstícios da antiga, preenchendo os espaços livres e ocupando zonas verdes e terrenos reservados para equipamentos sociais. A densificação da zona central, porém não ultrapassa aquela verificada nas zonas mais externas, onde o crescimento populacional é mais intenso. Os subúrbios crescem continuamente e se estendem espontaneamente por grandes porções de terras. A população, que se instala nas bordas da cidade, permanece com costumes rurais, praticando a agricultura e habitando em casas tradicionais, mas ao mesmo tempo estabelece relações econômicas e sociais com a cidade.As diferenças entre a população imigrada e aquela residente nas zonas centrais são ainda maiores, alimentando a segregação imposta nos tempos coloniais.
INTERNATIONAL DEVELOPMENT ASSOCIATION (2007). Mozambique: From Post-Confl ict Recovery to High Growth. World Bank, Washington D.C.
PNUD (2007). Relatório de Desenvolvimento Humano 2007/2008. Programa das Nações Unidas para o Desenvolvimento, New York.
ARAÚJO, M. G. M. (2003). Os espaços urbanos em Moçambique. GEOUSP – Espaço e Tempo, nº 14, 2003, pp. 165-182.
Posted: Novembre 13th, 2008
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fotografie di Nicola Cazzulo

Posted: Novembre 10th, 2008
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