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700 mila nuovi abitanti a Milano. Perchè no.

Valeria Erba

Nel mese di Novembre 2008, l’assessore all’urbanistica del comune di Milano ha riaffermato l’obbiettivo di portare la città a 2 milioni di abitanti recuperando circa 700.000 nuovi residenti che dovrebbero essere proprio quei 700.000 pendolari che ogni giorno entrano a Milano per ragioni occupazionali.

Non si tratta di una gaffe o di un’affermazione estemporanea poiché l’assessore Masseroli aveva già formulato il medesimo obbiettivo nel corso del 2007, in occasione della presentazione dei lavori per il nuovo PGT del comune e in alcuni dibattiti pubblici. Si tratta, evidentemente ( e cercherò di dimostrarlo in seguito) di una affermazione provocatoria basata su una valutazione completamente negativa della politica urbanistica degli ultimi 30 anni, che ha prodotto la situazione attuale. Va letto pertanto in termini di una “visione” che intende sovvertire le difficoltà attuali del vivere e lavorare a Milano, cercando di restituire vivibilità, attrattività, qualità alla città.

Se il “visioning” fa parte degli strumenti operativi della pianificazione strategica e come tale deve essere considerato, una affermazione perentoria e poco documentata come quella dell’assessore Masseroli diventa anche “comunicazione mediatica” oggi molto praticata ma anche assai pericolosa per le aspettative che induce.

Cercherò di dimostrare la pericolosità di una affermazione provocatoria come quella dei 700.000 nuovi abitanti a Milano attraverso tre argomentazioni:

1. E’ concretamente realizzabile la previsione date le condizioni territoriali,

urbanistiche e sociali della città?

2. Esistono strumenti in grado di supportare l’obbiettivo?

3. Esistono nella storia urbanistica di Milano situazioni analoghe, di reazione ad

uno stato di fatto e che esiti hanno avuto?

L’ obbiettivo di 2 milioni di abitanti a Milano deve confrontarsi con le condizioni generali dello sviluppo della città che dal 1974 continua a perdere popolazione dato che i residenti sono passati da oltre 1.700.000 a poco meno, di 1.300.000. L’uscita di questi abitanti, che si sono insediati nel territorio circostante la città, equivale ad una città di medie dimensioni come Brescia o Bologna.

Oggi, infatti, non ci si riferisce soltanto alla città metropolitana, ma alla città infinita, dai confini liquidi, proprio per indicare un processo di sviluppo che non riconosce né i confini comunali, né quelli dell’area metropolitana, ma che interessa il territorio di piu’ province ( Como, Lecco, Bergamo, Brescia, Pavia, Lodi), talvolta anche fuori regione (Novara, Piacenza).

Se il fenomeno è di tale portata non può certo essere governato dal solo PGT di un comune, capoluogo, ma le politiche e strategie devono essere ben piu’ complesse e articolate.

Comunque cerchiamo di valutare la fattibilità dell’obbiettivo relativamente all solo territorio comunale milanese. Il comune di Milano ha uno dei territori più ridotti per estensione tra le grandi città (solo 182 Kmq) con una percentuale di suolo urbanizzato tra le più alte, dato che ha superato l’80 % del totale attestandosi sui valori del “continuum urbanizzato” ben espressi dai comuni di Sesto S.Giovanni, Ciniselllo, Bresso, Cologno.

In un territorio cosi’ urbanizzato sono ancora presenti aree riutilizzabili come le aree industriali dismesse, scali ferroviari, mentre esistono aree inedificabili perchè destinate a servizi pubblici o verde agricolo.

Le aree industriali dismesse sono state in questi anni il grande bacino della nuova urbanizzazione di Milano: già dalla seconda metà degli anni 90 si è avviato il processo di riconversione ai fini prevalentemente residenziali dei circa 10 milioni di mq di aree disponibili che si completerà per una quota del 70% entro i prossimi 2-3 anni.

Le prime realizzazioni effettuate attraverso i PRU hanno hanno consentito, su circa 1,6 milioni di mq con indice medio di 0,58 mq/mq di mix funzionale di realizzare residenze per poco più di 16.000 nuovi abitanti teorici. Gli interventi successivi ai PRU, cioè i PII e le concessioni edilizie dirette hanno utilizzato indici più alti (in media 0,78 mq/mq) ma sempre con edilizia residenziale mista a terziario e commerciale.

Se ora si pensasse di dover trovare aree per collocare i 700.000 nuovi abitanti, ipotizzando un indice pari a 1 mq/mq di tutta residenza (quartieri cioè più simili a Quarto Oggiaro che a Pompeo Leoni o a S. Giulia), bisognerebbe reperire almeno 35 milioni di mq (25 mq di slp per per abitante più il 100% per funzioni compatibili, per servizi pubblici e viabilità), a fronte di aree trasformabili residue (Bovisa, Scalo Farini e Porta Romana oltre a Cascina Merlata e Area Expo e aggiungendo anche l’Ortomercato) pari a poco più di 6 milioni di mq . Solo l’utilizzo intensivo ai fini residenziali delle aree agricole vincolate dal Parco Agricolo Sud Milano (eventualità da tutti considerata insopportabile per el conseguenze negative sull’ambiente e sul paesaggio storico della città) consentirebbe di raggiungere l’obiettivo.

L’obbiettivo dei 700.000 di abitanti a Milano non è dunque sostenibile e compatibile con l’attuale assetto urbanistico e territoriale della città in quanto si dovrebbero utilizzare, oltre alle aree attualmente disponibili poiché aree di trasformazione (6 milioni di mq) sufficienti per 200.000 abitanti ammassati in quartieri ad alta densità edilizia e privi di servizi pubblici, altri 29 milioni di mq recuperabili solo sulle ultime aree agricole del Parco Agricolo Sud Milano arrivando ad una urbanizzazione quasi totale del territorio comunale.

Il territorio agricolo Sud Milano, ricco di storia, di paesaggio e di valore economico-produttivo merita ben altra considerazione rispetto a questa disgraziata eventualità.

Veniamo ora alla seconda argomentazione, e cioè attraverso quali strumenti si potrebbe consentire un (parziale) obiettivo di incremento della popolazione milanese, richiamando, in particolare, i pendolari già costretti dagli alti valori immobiliari milanesi a uscire dalla città per trovare un alloggio. L’ipotesi di un premio volumetrico in cambio di edilizia convenzionata e di un affitto equo è certamente uno strumento conforme ai principi di sussidiarietà orizzontale che vedono oggi l’operatore pubblico collaborare con quelli privati per realizzare insediamenti di qualità e di valenza sociale, tuttavia questo implica una capacità di controllo e di indirizzo da parte dell’operatore pubblico che sino ad ora non si è manifestata nel comune di Milano e che ci porta a riflettere sulla terza argomentazione che proponevo: ci sono le garanzie per una politica urbanistica alternativa rispetto alla passata politica che oggi non si vuole condividere?

La politica urbanistica milanese ha già conosciuto due momenti di reazione alle regole in essere; il rito ambrosiano degli anni sessanta e la deregulation degli anni ottanta. Il rito ambrosiano delle licenze in precario si opponeva a un piano regolatore che, sebbene sovra-dimensionato per gli altri indici di fabbricabilità, vincolava ancora il 50% del territorio comunale a verde agricolo, funzione incompatibile con le capacità operative di un regime immobiliare che voleva rispondere al fabbisogno abitativo di quegli anni realizzando quartieri ad alta densità e privi di servizi pubblici1.

La deregulation degli anni 80 continua a vedere il piano regolatore come un insieme di lacci e lacciuoli che impediscono la libera espressione dell’operatore immobiliare e ancora una volta si interviene attraverso il fabbisogno abitativo per erodere ulteriori aree al verde agricolo (progetto casa)2.

Oggi il piano regolatore non è piu’ lo strumento che indirizzerà la trasformazione urbanistica di Milano, sostituitto da un piano di governo del territorio, documento di tipo programmatico, e non vincolistico, ma ancorato, nelle sue scelte, alla valutazione ambientale strategica al recepimento dei vincoli e delle politiche di sviluppo correttamente espresse a scala provinciale e regionale, a obbiettivi di qualità e di valorizzazione delle risorse territoriali.

Tuttavia sembra che il meccanismo delle azioni e delle iniziative imprenditoriali immobiliari si muova ancora nel solco del rito ambrosiano e della deregulation.

  1. G. Campos Venuti, A. Boatti, A. Canevari, V. Erba, F. Oliva “Un secolo di Urbanistica a Milano” Clup, 1987

  2. F. Oliva “l’Urbanistica di Milano” Hoepli 2000

Posted: Novembre 18th, 2008
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A ruralização da cidade moçambicana

Renata Akiyama

“Rapid urbanization, especially in the less developed countries, requires careful analysis, bearing in mind that the definition of ‘urban’ and ‘urbanization’ are often inadequate to describe the generally spontaneous expansion of urban settlements. (…) The dominant trend in Mozambique is the ‘ruralization’ of cities and towns.”

Maria dos Anjos Rosário, Presidente da Associação Moçambicana para o Desenvolvimento Urbano

Moçambique tornou-se independente de Portugal em 1975 e depois de 16 anos de conflito civil armado entre FRELIMO (Frente de Libertação Nacional) e RENAMO (Resistência Nacional Moçambicana) assinou seu acordo de paz em Roma. Desde então, tem presenciado um crescimento anual superior aos 8%[1], o maior índice registrado entre os países africanos importadores de petróleo. O governo tem promovido a liberalização da economia, a descentralização de tomada de decisões e o investimento em infra-estruturas. Mesmo assim, Moçambique é um dos países mais pobres do mundo, há graves deficiências na prestação de serviços e no fornecimento de infra-estruturas, dificuldades na redução das desigualdades sociais e no combate a disseminação do vírus HIV/AIDS. Moçambique está em 172º lugar de 177 paises no ranking do IDH mundial e tem mais de um terço da sua população vivendo com menos de 1 USD por dia[2].

Com a independência e o fim da guerra civil, as cidades moçambicanas passaram a receber grandes levas de migrantes das áreas rurais em busca de empregos e acesso à educação e à saúde. O maciço movimento da população, entretanto, não foi acompanhado por investimentos em infra-estruturas e serviços urbanos e a população migrada acabou por deparar-se com situações tão precárias quanto àquelas do meio de origem. Nas cidades, as estruturas existentes se deterioraram, proliferaram-se as atividades informais e os assentamentos espontâneos. As rápidas mudanças dificultam o planejamento e as condições de vida da população pioram.

Este processo, presenciado na maioria dos paises da África Subsahariana, é conhecido como “ruralização da cidade”. O centro urbano tende a densificar-se e novas construções penetram nos interstícios da antiga, preenchendo os espaços livres e ocupando zonas verdes e terrenos reservados para equipamentos sociais. A densificação da zona central, porém não ultrapassa aquela verificada nas zonas mais externas, onde o crescimento populacional é mais intenso. Os subúrbios crescem continuamente e se estendem espontaneamente por grandes porções de terras. A população, que se instala nas bordas da cidade, permanece com costumes rurais, praticando a agricultura e habitando em casas tradicionais, mas ao mesmo tempo estabelece relações econômicas e sociais com a cidade.[3] As diferenças entre a população imigrada e aquela residente nas zonas centrais são ainda maiores, alimentando a segregação imposta nos tempos coloniais.


[1] INTERNATIONAL DEVELOPMENT ASSOCIATION (2007). Mozambique: From Post-Confl ict Recovery to High Growth. World Bank, Washington D.C.

[2] PNUD (2007). Relatório de Desenvolvimento Humano 2007/2008. Programa das Nações Unidas para o Desenvolvimento, New York.

[3] ARAÚJO, M. G. M. (2003). Os espaços urbanos em Moçambique. GEOUSP – Espaço e Tempo, nº 14, 2003, pp. 165-182.

Posted: Novembre 13th, 2008
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progetti integrati città- campagna

Verso un’ agricoltura urbana

Oggi l’agricoltura urbana torna ad essere oggetto di studio per i ricercatori, studiosi, pianificatori e architetti. “Utilizzato nei paesi in via di sviluppo, il concetto di urban agricolture designa tutte le attività agricole intra- e peri urbane con finalità precipuamente alimentari” scrive Pierre Donadieu1 sottolineando la volontà di valorizzazione dell’agricolo in rapporto alla “domanda economica, ecologica, sociale e culturale del mercato cittadino vicino ai luoghi di produzione”2 Partendo da analisi svolte a scala globale atte a definire i caratteri e i connotati dell’agricoltura urbana emergono alcune pratiche volte a creare un interazione città-campagna. Si possono distinguere tre filoni di ricerca e sperimentazione volte al ripensamento del rapporto città-campagna che si concretizzano in forma di diversi interventi e progetti. Appendice della città, la campagna doveva essere addomesticata, colonizzata, annessa alla vita urbana”3 per cui il legame città campagna è strettissimo e risale alle prime definizioni del concetto di campagna, termine introdotto in rapporto alla città.

Esempi di progetti integrati città- campagna

La sezione “esempi di progetti integrati città- campagna” del sito è rivolta all’identificazione di piu’ declinazioni dell’agricoltura urbana: l’ interpretazione e la lettura del territorio rurale, l’utilizzo della risorsa tempo libero e la produzione, intesa come domanda di prodotti alimentari che si concretizzano nell’offerta di circuiti brevi di commercializzazione o attività di raccolta diretta nei campi (modello pick your own di alcune tipologie di intervento in forma di progetti ipotizzati e realizzati, alle diverse scale e in diversi ambiti europei). Questa analisi intende evidenziare i caratteri comuni ai diversi interventi alle diverse scale del progetto, nella definizione di un nuovo scenario progettuale legato allo spazio rurale ripensato in funzione dei cambiamenti di tale aree nel terzo millennio “La pianificazione di campagne urbane attorno alle città presuppone il ricorso a forme di agricoltura urbana ma anche periurbana e rurale, e soprattutto la capacità di costruire relazioni sensibili con lo spazio rurale, tali da consentire la definizione di una nuova ruralità non piu’ limitata alle mere attività agricola e forestale.”4

Da un analisi di diversi approcci disciplinari si delineano alcune linee di pensiero che rimettono in discussione il rapporto tra città e campagna e introducono un nuovo modo di avvicinarsi al progetto dell’agricoltura urbana. Analizzando i diversi progetti a livello europeo e nello specifico anche alcuni progetti relativi all’area metropolitana Milanese si cerca di definire quali sono gli approcci oggi utilizzati.

Interpretazione e lettura del territorio rurale

l primo approccio riguarda l’ interpretazione e la lettura del territorio rurale, a questo proposito emergono alcuni interventi significativi a livello di analisi territoriale come la Barcelona Land Grid (1996-1999) di Actar Architectura, presentato in occasione della mostra: “1856-1999 : Barcelona Contemporania” tenuta al Contemporary Cultural Centre in Barcelona, nel 1995. Appare una mappatura del territorio agricolo che rivela la presenza di una griglia basata su infrastrutture ed orientata al paesaggio, fortemente legata alla geografia e articolante il territorio. Un altro progetto di questa sezione è il parco Unimetal, Caen Francia, di Dominque Perrault. Il progetto si colloca in unarea di 700 ettari che dopo la dimissione di un’industria metallurgica è rimasta libera. La proposta di progetto introduce una griglia geometrica con un orditura di 100metri per 100 metri, che organizza il disegno del parco e definisce un “pre-paesaggio” Il parco è disegnato da pochi elementi, la grigia, un vuoto centrale ed un viale alberato. Nella griglia vengono ipotizzate colture e orditure differenti. Il disegno del rurale in questo caso è dato “a priori”. Si evidenzia da questi esempi progettuali la necessità di ridare un valore figurativo alla rappresentazione del rurale che permetta di far emergere le relazioni con il contesto relazionale e circostante. Nasce una nuova estetica del rurale volta a elaborare dei modelli rappresentativi autonomi attraverso cui lo sguardo, intriso di tali modelli, agisce indirettamente sul paesaggio (in visu) e restituisce la nozione di “nature artialisèe”, artificiata. “L’ artificiazione è dunque la condizione di possibilità di ogni pratica e percezione paesistiche.”5

le ipotesi tempo libero, ecologia e produzione.

Altre tendenze emergono nella progettazione del paesaggio rurale, nelle pratiche di progetto applicate, e si concretizzano nell’utilizzo della risorsa tempo libero e produzione. Il tempo libero comprende sia servizi di natura pedagogica, come visite alle fattorie, turistico ricettiva, come agriturismi e industria alberghiera e ricreativa nella tutela e valorizzazione dei paesaggi rurali (caccia pesca, paesaggi minimi, frequentazione per svago). Per incentivare la frequentazione vengono proposte iniziative legate alla land-art, come l’installazione di Marta Swartz a Mechtenberg, nell’Emscher Park. L’intervento fa parte di un piu’ ampio progetto di riqualificazione legato alla creazione di parchi a livello regionale e copre un area di 290 ettari dove viene sperimentato l’utilizzo di installazioni che uniscano all’uso agricolo la risorsa tempo libero: l’arte opera direttamente sulla base naturale “ in situ”.6

In tempi piu’ recenti le pratiche di progetto di paesaggio rurale prevedono la valorizzazione del prodotto, inteso sia come prodotto alimentare che nell’agricoltura peri urbana è tradizionalmente focalizzato sui prodotti freschi e fragili (agricoltura, orticoltura), sia come prodotti legati all’ecologia come il bio- disel e bio-carburanti. Una suggestione arriva dagli Flk, presentata alla biennale di Architettura 2007, “Città e trasformazioni” Il progetto riguarda gli spazi rurali in Irlanda e prevede una rete stradale, con corsie per mezzi pubblici ed aree agro-energetiche necessarie al servizio pubblico.

Infine l’agricoltura urbana si presta all’offerta di servizi legati all’ecologia, come il riciclo dei rifiuti e la fito depurazione. Esemplari sono i progetti di Viet Ngo e Lemna Corporation rispettivamente a Boulder City, Nevada e a Gorgonzola, Italia. I progetti con tecnologia Lemna System sono disegnati come “corridoi verdi”e segni riconoscibili nel paesaggio ed allo stesso tempo permettono il processo di depurazione delle acque.” La sfida è trasformare questi progetti in significative e interessanti parti del nostro paesaggio” scrive Viet Ngo.

1Pierre Donadieu, Lotus navigator, Maggio 2002

2Ibidem

3P.Campioresi, la belle contrade. Nascita del pesaggio italiano, Garzanti, 1992.

4Ibidem

5Alain Roger, Lotus navigator, Maggio 2002

6Ibidem

Posted: Ottobre 22nd, 2008
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