Un uomo naturalmente artificiale
Il professor Ubaldo Fadini1 ha introdotto uno dei pensieri cardine dell’antropologia filosofica: l’uomo come essere naturalmente artificiale. La disciplina dell’antropologia filosofica nasce all’inizio del XX secolo e cerca di dare risposta ad una domanda che appartiene a tutto il pensiero occidentale ossia che cosa sia l’uomo. Uno dei maggiori autori dell’antropologia filosofica tedesca nel 900 è Arnold Ghelen che nella sua opera ” L’ uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo” (1940) delinea la propria visione antropobiologica dell’uomo che lo vede come “progetto complessivo della natura.”2 Ghelen partendo da un confronto tra uomo e animale arriva alla conclusione che sia dunque un “essere carente” privo di organi “specializzati” che gli consentano di adattarsi in modo adeguato all’ambiente naturale che lo circonda.3 L’uomo quindi risulta carente e manchevole, incapace di adattarsi al mondo esteriore se non operando su di esso una modificazione che lo renda tale da consentire la sopravvivenza, l’uomo deve quindi assoggettare la natura per poter sopravvivere. Ciò che garantisce la sopravvivenza dell’essere umano è la capacità di creare nel mondo naturale un mondo artificiale che soddisfi i propri bisogni.4 La debolezza dell’uomo diviene il suo punto di forza, la carenza fisica e la non specializzazione sono sostituiti da una forza e una ricchezza mentale che gli permette di creare un alternativa al mondo reale: l’uomo senza mezzi di tipo organico si adatta al mondo attraverso l’artificialità. L’uomo è quindi un essere che agisce e plasma la natura attraverso l’attività tecnologica e culturale. L’uomo è quindi un progetto e prodotto speciale e peculiare della natura. Ciò che Plessner 5identifica come la legge antropologica dell’artificialità naturale che manifesta il bisogno dell’uomo di vivere in un ambiente diverso da quello naturale che lo circonda.6 «Una cosa è assicurata dalle ricerche finora disponibili: la forma posizionale eccentrica condiziona la mondanità comune o la socialità dell’uomo, lo rende zoon politikon e influenza nel contempo la sua artificialità, il suo impulso creativo. Ci si chiede se dall’eccentricità non derivi in modo ugualmente originario non questo o quel tipo di bisogno espressivo, ma una caratteristica essenziale della vita umana che si debba designare come espressività, come espressività delle esteriorizzazioni della vita umana in generale. Naturalmente, una tale caratteristica fondamentale per l’uomo ha anche il valore di una costrizione che non soltanto entra nella sua vita, ma combatte contro la vita e vivendo conduce la sua vita.» 7 L’uomo è dunque costretto a esprimersi (ex-primersi) oltre i propri limiti, in una posizione eccentrica al di fori di essi. L’artificialità a cui l’uomo è costretto a ricorrere per superare i propri limiti non riesce a creare simmetria e equilibrio rispetto alla natura. L’uomo costruisce un mondo artificiale non per assoggettare la natura ma per una caratteristica intrinseca della sua natura. L’uomo è dunque naturalmente artificiale e ila definizione non costituisce piu’ un ossimoro in quanto le due categorie non sono piu’ intese come oppositive.
il territorio dell’uomo
Da questo punto di partenza è possibile estendere questo concetto, attribuibile all’essere umano anche al territorio? Innanzitutto è importante definire il territorio in rapporto all’uomo. A questo proposito richiamano la definizioni che Andrè Corboz da del territorio. “il territorio è di moda” con questo incipit Corboz affronta il tema dell’interpretazione del territorio ne “il territorio come palinsesto” (1983). Corboz sostiene che l’antagonismo città campagna sia ormai superato in quanto la città si è estesa oltre i propri confini ed ha reso il rurale il luogo di esecuzione delle decizioni prese all’interno dello spazio urbano” 8 L’urbano si è esteso all’intero territorio, concetto che denota quindi un’”unità di misura dei fenomeni umani.” Il territorio si modifica sia spontaneamente che per mano dell’uomo “Il territorio non è un dato ma un risultato di diversi processi (…) I determinismi che lo trasformano seguendo una loro propria logica (cioè quelli che rientrano nell’ambito della geologia e della meteorologia) sono assimilabili ad iniziative naturali mentre gli atti di volontà che mirano a modificarlo sono in grado di correggere in parte le conseguenze della loro stessa attività”. L’uomo modifica il territorio costantemente riscrivendo le tracce presenti in esso e creando una serie di di stratificazioni. “Il territorio è oggetto di costruzione. E’ una sorta di artefatto. E da allora costituisce anche un “prodotto”. Il territorio è sia oggetto che soggetto, in quanto si estende “là ” ma allo stesso tempo risulta proiezione psichica dell’essere umano. “la natura è cio’ che la cultura designa come tale” conclude Corboz. Il territorio partecipa dunque della condizione umana di essere naturalmente artificiale sia in n quanto prodotto sia come proiezione dell’umano.
Oggi la società contemporanea attraversa quella che viene definita una crisi entropica9, sono venuti meno principi regolatori e unificanti e il frammento è divenuto figura fondativa della contemporaneità. L’entropia è il fenomeno della dispersione energetica che interessa l’intero pianeta e a livello territoriale si manifesta nella dispersione insediativa, nella Città Generica di Rhem Koolhas. La teoria entropica esige la necessità di un’inversione di rotta nell’intera società per evitare di esaurire le risorse energetiche del pianeta. “La futura megalopoli, identica al territorio , conterrà una quantità di spazi non urbani, che verranno chiamati natura. Sarà costituita da una moltitudine di reticoli ed apparirà ad occhi retrogadi come una sorta di non luogo generalizzato”10 La megalopoli si estende e tende ad inglobare la natura soffocandola esaurendo le risorse energetiche. La città generica e dispersa è “teatro id un accumulazione senza pari di entropia”11 Come sappiamo le nostre metropoli sono luoghi ad altissima dispersione energetica e per uscire da tale crisi aporetica che in senso etimologico non consente di perseguire la stessa strada (poros). Altri mutamenti di pensiero sono stati indotti dalle scoperte tecnoscientifiche, che mettono in discussione dicotomie fondanti del pensiero contemporaneo come la distinzione tra materia organica ed inorganica, tra biologico e meccanico, quindi tra natura ed artificio: “Quella delle biotecnologie è una rivoluzione che si svolge nel chiuso dei laboratori di ricerca, con pochi clamori e scarso risultato mediatico, ma le sue conseguenze sono destinate a modificare le nostre concezioni della vita, della sua dignità e della natura umana, e il nostro rapporto col mondo.”12 Gli aspetti epistemologici ed etici nel rapporto tra ricerca tecno-scientifica e società sono estremamente rilevanti. Scrive Foucault “la creazione [...] di questa grande tecnologia a due facce -anatomica e biologica, agente sull’individuo e sulla specie, volta verso le attività del corpo e verso i processi della vita - caratterizza un potere la cui funzione più importante ormai non è forse più di uccidere ma d’investire interamente la vita” 13. La società come la scienza e le arti partecipano di questa rivoluzione del sapere tale da apportare cambiamenti in tutto il contemporaneo panorama multidisciplinare e trans-disciplinare investendone i fondamenti epistemologici. Anche la disciplina architettonica prende parte a queste rivoluzioni in quanto partecipa dell’essenza della società “L’architettura è l’espressione dell’essere stesso delle società.”14 Quindi se il territorio è prodotto ed estensione dell’uomo l’architettura è espressione della società e quindi il territorio va pensato in prospettiva al divenire ” il rinvio della nozione di territorio a quella di atto e poi di arte ovvero il rinvio dall’idea naturalistico-cosale del territorio a quella dell’agire e del fare” determina un punto di svolta (…) fare originariamente per noi puo’ forse solo significare decostruire l’opposizione natura-artificio e tramite essa criticare anche ogni eccesso di appropriazione della natura”.15
Un territorio naturalmente artificiale
Il territorio diviene dunque anch’esso naturalmente artificiale, quando l’intelligenza intesa come artificio diviene essa stessa natura. “La phisis è anzi poiesis nel senso piu’ alto” 16,come la natura anche l’arte poietica, del fare è manifestativa, è una manifestazione dell’essere . L’artificio non è opposto alla natura e la dicotomia oppositiva naturale-artificiale svanisce quando l’atto di modificazione “si allinea” e diventa proiezione della natura. Il territorio viene inteso in quanto prodotto dell’uomo e quindi ha in se con una valenza fortemente proiettiva. In quest’accezione il territorio non è un insieme organico ma è inorganico, è il risultato di una serie di proiezioni, non è reale ma virtuale. “La cultura cyber mescola insieme il gioco e il progetto proiettati sul piano dell’immagine virtuale (…) Contaminazione di generi e ideologie e stili le conferiscono un eclettismo che si pretende sostitutivo (in quanto ipotesi intercambiabile) dell’idea di progetto.17 Una distinzione tra reale e virtuale viene evidenziata da Gilles Deleuze per cui la possibilità è implicita nella latenza del reale: “Il possibile è esattamente determinato e completo come il reale: gli manca solo l’esistenza (…) la differenza tra possibile e reale è dunque puramente logica”.18 Il virtuale è una realtà inattuata e dunque appare simile nei fondamenti al progetto. In questa visione del virtuale il modello assume una fortissima valenza che trascende dalla realtà fisica. “Proprio del simulacro è non d’essere una copia, ma di rovesciare tutte le copie, rovesciando anche i modelli: allora ogni pensiero diviene un’aggressione.”19 Attingendo al virtuale vengono estesi al campo dell’analisi territoriale modelli astratti come quello della rete, della connessione del flusso. Quello che puo’ essere definito come cyberspazio introduce la tematica del luogo dello scambio di informazioni come modello a rete , “il cyberspazio comporta una radicale trasformazione della nostra percezione dell’architettura e degli spazi pubblici (…) La città, tradizionalmente la città continua della vicinanza fisica, si trasforma nella città discontinua della comunanza culturale ed intellettuale. L’architettura, intesa normalmente nel contesto della città tradizionale, scivola verso la struttura delle relazioni, delle connessioni e delle associazioni che si stendono sopra sotto e intorno al semplice mondo delle apparenze. “20 Nella visione territoriale se da un alto si rafforzano paradigmi astratti come quello della “rete” dall’altra riemerge una forte attenzione per il contesto fisco. Il territorio diviene dunque campo d’applicazione di un processo di virtualizzazione da un lato e di un “ritorno al luogo” dall’altro. La tecnologia si richiama alla natura. E’ quindi la necessità di un allineamento tra naturale ed artificiale la chiave per la mediazione tra i diversi orientamenti. Si puo’ quindi parlare di uomo come essere naturalmente artificiale ed allo stesso modo come territorio naturalmente artificiale quando i fini della società tornano a perseguire un equilibrio tra naturale ed artificiale. Se è intrinseco nel concetto di territorio, come definizione di un luogo da parte di una società ,il riferirsi ad un entità virtuale ed artificiale è allora necessario che il progetto riconfiguri la poieticità della natura. L’uomo come il territorio sono” vittima dell’epoca del soggetto “21 che vede l’incapacità di trattare la differenza e la dissoluzione dell’altro nell’isomorfismo (Città generica). Il territorio naturalmente artificiale si attua come dice Heidegger attraverso il progetto e la cura del territorio, l’atto del fare e il territorio e il “poetare” coincidono e “L’autentico coltivare-costruire accade in quanto vi sono dei poeti, uomini che prendono la misura per l’architettonica, per la disposizione strutturata dell’ abitare”.22
Allinearsi alla natura
Se in antropologica filosofica ‘uomo è stato definito un essere naturalmente artificiale e possiamo estendere questa definizione anche al territorio come un “prodotto” e se oggi l’uomo vede la crisi del soggettivismo il territorio manifesta una crisi entropica :”Possiamo decidere di allineare la nostra intelligenza a quella della natura” come scrive Beuys. 23Questo concetto viene ripreso in un testo di Nicola Emery ” l’artista puo’ tentare di allineare il proprio fare, la propria intelligenza pratica alla natura con Actionen esemplari tese a sviluppare su scala territoriale il concetto “poietico” di cura, concretamente inteso (..)”24 L’azione come cura richiama in causa il pensiero di un’altra esponente dell’antropologia filosofica Hannah Arendt, definita da Ghelen una pensatrice senza ringhiera. La Arendt compie sull’uomo un’indagine fenomenologica connessa alle attività umane ed agli spazi in cui esse si compiono. Gli uomini sono sempre in rapporto gli uni con gli altri, costituiscono dunque una pluralità, trasformando il mondo da naturale ad artificiale, mondanità. Tutto ciò è collegato con le attività proprie della “vita activa” attraverso tre modelli dell’agire “lavoro-opera-azione” ognuna delle quali «corrisponde ad una delle condizioni di base in cui la vita sulla Terra è stata data all’uomo».25 Attraverso il lavoro l’uomo provvede alla sussistenza, attraverso l’opera crea un modo “artificiale” atto a compensare le carenze biologiche mentre con l’azione corrispondente alla condizione della pluralità l’uomo crea una relazione con gli altri e comunica con loro. Per la Arendt è importante dare rilievo all’azione “la cultura greca, infatti, al tempo dei presocratici, aveva basato sull’agire tutte le sue conoscenze, mentre la scuola platonica aveva capovolto la situazione, subordinando tutto al pensiero. Il Cristianesimo aveva svalutato entrambi i termini a favore della contemplazione e la modernità aveva posto al vertice di ogni considerazione la conoscenza scientifica; infine la cultura contemporanea aveva dato la preminenza al lavoro.”26
Con il pensiero Marxiano il lavoro acquista una supremazia teorica e filosofica e questo toglie valore alle capacità umane che costituiscono la vita activa, cioe’ opera e azione. Se l’opera modifica il mondo, il lavoro è svolto da un animal laborans in una natura sempre uguale a se stessa mentre l’opera dell‘homo faber si svolge in un mondo artificiale stabile ma aperto alle novità. Se la materia diventa materiale significa che l’uomo l’ha rimossa dalla propria collocazione naturale come l’albero che diviene legname. Secondo la Arendt la sconfitta dell’uomo nella società moderna discende dal dominio del lavoro e dell’animal laborans stretto nella morsa produzione e consumo che annulla opera e azione attività proprie della vita activa dell’essere umano che gli permettono di raggiungere l’equilibrio. Quindi è importante ricorrere all’azione che mette in comunicazione gli esseri umani tra loro sostiene la Arendt e sottolinea la
stretta connessione tra azione e novità. «Agire, nel suo senso più generale, significa
prendere un’iniziativa, iniziare (come indica la parola greca archein, ‘incominciare’, ‘condurre’ e anche ‘governare’), mettere in movimento qualcosa (che è il significato originale del latino agere). Poiché sono initium, nuovi venuti e iniziatori grazie alla nascita, gli uomini prendono l’iniziativa, sono pronti all’azione».27
L’uomo quindi deve ricorrere all’azione e lo deve fare anche nei confronti del territorio. “Solo un maggiore sviluppo tecnologico e un’attenzione critica in campo culturale possono far cessare la dinamica predatoria che la moderna tecnologia ha riversato sul territorio. (…) la coscienza ambientale è utile quando incrocia con il suo opposto: l’artificialità di tutte le esperienze fisiche reali è il punto di partenza per creare nuovi paradossi e nuovi interrogativi.”28
Il progetto in quanto modificazione di un luogo diviene quindi una possibile chiave per ricongiungere un modello astratto ad una realtà naturale “allineandosi con la natura”. La pratica e la tecnica divengono quindi strumento per fare e finalmente fronteggiare quella crisi entropica che investe i significati fondanti della nostra società.
A questo proposito torniamo alle actionen di Beuys. L’artista perviene ad una personale concezione dell’essere umano. Egli ritiene che l’uomo sia custode di un’energia in grado di modificare il mondo: sia in senso morale che sociale, civile, estetico, ecologico. L’uomo è capace infatti di modificare gli oggi sprigionando da essi energia. Il motore di tale processo è la “creatività”. ‘Tutti sono ‘artisti’, ‘ognuno è un artista’ insegnava Beuys all’Accademia di Belle Arti a Düsseldorf, sostenendo che come la vita, l’arte è fatta di azioni.” La plastica sociale, Soziale Plastik di Beuys consiste proprio nel manifestare l’intima relazione tra libertà dell’uomo e la sua creatività. Per Beuys a differenza di altri esponenti dell’arte azionista, l’equazione arte uguale a vita consiste nel dominio dell’arte sul quotidiano. L’uomo è creativo e quindi artista nel quotidiano.
L’arte di Beuys, dunque, voleva essere viva e fatta con materiali vivi, come alberi e animali. Nell’ actionen intitolata “Documenta” Beuys raccoglie 7000 pietre di basalto la cui vendita avrebbe consentito di acquistare altrettante querce da piantare attorno a Kassel. Con quest’azione egli intende parlare alla sensibilità dell’uomo comune attraverso uno spostamento proporzionale che trasferisca l’attenzione dalla pietra di basalto all’elemento naturale. Un territorio come naturalmente artificiale necessita di cura che si realizza attraverso le azioni dell’uomo. L’essere umano come naturalmente artificiale cercando di ristabilire un equilibrio puo’ uscire dall’aporia entropica e ricercare la libertà “materializzare libertà significa in primo luogo sottrarre ad un pianeta addomesticato qualche parcella della sua superficie”29.
1 Ubaldo Faldini lezione tenuta al corso di Epistemologia della ricerca scientifica Guido Nardi AA. 2008
2 A. Gehlen, L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo, Milano, Feltrinelli, 1983
3A. Gehlen, L’uomo nell’era della tecnica, Milano, Sugar, 1984.
4ibidem
5Helmuth Plessner è, con Scheler e con Gehlen, uno dei fondatori dell’antropologia filosofica contemporanea.
6Helmuth Plessner I gradi dell’organico e l’uomo, 1928
7Ibidem
8Citazione di Franco Farinelli in A. Corboz, Il territorio come palinsesto, Ordine sparso, a cura di P.Viganò
9Cfr. Nicola Emery, L’architettura difficile, Ed. Christian Marinotti, 2007
10Andrè Corboz Verso la città territorio, 1990
11Nicola Emery, L’architettura difficile, Ed. Christian Marinotti, 2007
12 M. Guareschi, Biopolitica, in Lessico…,a cura di A. ZANINI, U. FADINI, op. cit., p.35.
13 Ibidem, Citazione di Foucault, 1988, 123
14Georges Bataille, Voce “Architettura” in Dictionarie Critique, Documents, Paris 1929 cit da Nicola Emery, L’architettura difficile, Ed. Christian Marinotti, 2007
15Nicola Emery, L’architettura difficile, Ed. Christian Marinotti, 2007
16Martin Heidegger, La questione della tecnica, Saggi e Discorsi.
17Vittorio Gregotti, Architettura, tecnica, finalità, 2002
18Gilles Deleuze, Differenza e ripetizione, Raffello Cortina Editore, 1997
19Ibidem
20M.Novak Architetture liquide del cyberspazio, cit. in A.Di Fanco, Agorà Quota Zero, Maggioli, 2006
21Nicola Emery, L’architettura difficile, Ed. Christian Marinotti, 2007
22M.Heidegger L’origine dell’opera d’arte, Sentieri interrotti.
23L’artista tedesco Joseph Beuys è uno dei portavoce più rappresentativi delle correnti concettuali nell’Arte della seconda metà del Novecento.
24Nicola Emery, L’architettura difficile, Ed. Christian Marinotti, 2007
25 H. Arendt, Vita activa,
26 M. Teresa Pansera Etica & Politica, X, 2008, Hannah Arendt e l’antropologia filosofica
27 H. Arendt, Vita activa,
28 Abalos e Herreros, traduzione dalla voce “natura” nel Dizionario di Architettura Avanzata, Actar, 2003
29A. Kotany R.Vaneigem, Programme élémentaire du bureau d’urbanisme unitaire, In I.S., 6, 1961
Posted: Ottobre 15th, 2008
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naturartificio
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