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PAESAGGI/LANDSCAPES

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2008 Tensioni (Arioli, Giannini, Serrazanetti)  Phd Summer School, “Edifici Alti e Paesaggio”, Bergamo - Porta Sant’Agostino,

2008 “Dejavu”:Il tempo nella descrizione e nella progettazione della città”, Politecnico di Milano

2008, Rurban Arch (Arioli, Giannini, Oldani) Seminario Internazionale e Workshop “Measure and dimensional scale_Big containers and Inner Landscapes. New paradigms of the Net City”

2008 Ponte verde. Progetto per l’ammodernamento dell’area tra Naviglio Grande,Naviglio Pavese e Viale Cassala, per il dottorato di ricerca in Progettazione Architettonica e Urbana, Politecnico di Milano, per Navigli lombardi, Urban Center, Milano

2006 5sensi Area bimbi del Parco Formentano

2005 Inout un parco a Brugherio

2002 Arve Crossing Collegare Attraversare

Posted: Marzo 2nd, 2011
Categories: STUDIO PROJECTS, iperterritorio
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I n _ L í m i t e

La ricerca scientifica e la condizione di limite _ riflessioni, problematiche, potenzialità 

Anna Arioli 

 

Il limite non è il punto in cui una cosa finisce, come sapevano i greci, ma ciò a partire da cui essa inizia la sua essenza.  (Martin Heidegger)

 

 

Mi sembra estremamente interessante e stimolante ripensare ed approfondire alcuni concetti proposti durante il seminario di Epistemologia della Ricerca Scientifica, ancor di più tentare di avvicinare e mettere a confronto quali tra questi abbiano maggiormente “messo in vibrazione” le corde della sensibilità personale e di ricerca, quand’anche provenienti da fonti o posizioni differenti.

 

Vorrei provare a ragionare sul concetto di limite, parola ricchissima di significati e risonanze, già tema d’interesse del mio programma di ricerca dottorale. Limite è Confine, barriera, dunque indica una estensione assegnata e non valicabile, qualche cosa che riduce e ferma la nostra  libertà, ma che ne mantiene così la ragion d’essere; segna la linea oltre la quale l’intelligenza può farsi Ubris - tracotanza ed agire rischiando l’incolumità. Limite è limitare, condizione di soglia, perciò di passaggio ed attraversamento, il punto massimo raggiungibile, allora stimolo e Tensione costante, verso una alterità.

In astronomia limite è uno dei due punti dell’orbita in cui un pianeta raggiunge la sua massima distanza dall’eclittica, in matematica è numero al quale i valori della funzione si avvicinano, ma sempre intangibile e non superabile. Si dice “al limite” come a dire di ciò che rappresenta per noi il massimo dell’improbabilità eppure ancora perseguibile. Limite è zona di confine, contatto tra realtà differenti, in geografia è frontiera, zona franca o più spesso zona di guerra, comunque zona vivissima di contrasti e possibilità.  …

Gillo Dorfles[1] parla di Diastéma, qualcosa che separa due eventi, l’intervallo che sta tra due note nel caso della musica, la pausa capace di evidenziare certi elementi e di comprenderne le qualità, la condizione precedente l’azione.

 

Riflettendo sulle parole di Giorgio Israel - professore di Matematiche complementari, Università degli Studi di Roma “La Sapienza” - , concordo sull’importanza che certe linee operative e speculative - da lui evidenziate - devono avere in ogni percorso di ricerca, anche e soprattutto oggi: è quanto mai urgente che siano il sapere, la conoscenza, la riflessione teorica a guidare la pratica sperimentale, che sia la scienza ancora ad illuminare la tecnica e le applicazioni strumentali. Il mondo della tecnologia è evoluto in una maniera esponenziale, al punto tale da procedere autonoma e talvolta cieca, inconsapevole dei risultati e dei rischi cui va incontro, secondo ritmi e percorsi accelerati rispetto a quelli della ricerca teorica, che invece rallenta e fatica in un mondo sempre più complesso, spesso deviando dai propri percorsi a sostenere tesi  che non le sono proprie e che la rendono sterile.

E’ necessario recuperare la capacità “diastématica”, la capacità cioè di riprendere certe pause, certi confini tra le cose, tra il pensiero e l’azione, tra le discipline, di riscoprire la consapevolezza del significato della stasi - della riflessione dunque, la necessità di un vuoto che non è assenza ma attesa, che sia in grado di rendere più efficace l’operare ed il sentire. In un’epoca di continuità di sollecitazioni sonore/sensoriali/conoscitive  rischiamo di non esser più in grado di ascoltare attentamente, fino a commettere errori talvolta molto gravi.

 

Mi sembra assai attuale una riflessione simile, al punto giusto provocatoria. La ricerca teorica relativa a qualunque disciplina - e qui non possiamo non sentirci chiamati direttamente in causa - deve interrogarsi su quali siano i propri territori, su quali debbano essere oggi i propri limiti, se esistano ancora  dei limiti, delle linee d’ombra il cui superamento è rischioso ma verso le quali tendere criticamente, per avanzare nella conoscenza e poter costruire un dialogo. Si tratta di limiti spaziali - contenutistici - ma anche di limiti temporali, pause che ammettano zone neutre dalle quali fare chiarezza, attraverso le quali vedere più nitidamente l’oggetto ed il percorso della propria ricerca, anche scientifica. Aspirare alla sospensione positiva, al vuoto come condizione sine qua non potrebbe avvenire la comprensione del pieno. Quel noto In Between delle arti che potrebbe essere esteso alla riflessione filosofica sulla scienza.

 

“Le arti convergono solo là dove ognuna persegue il proprio principio immanente”, così scrive Adorno nel 1966, e tale lo cita Vittorio Gregotti in apertura del suo testo “L’Architettura nell’epoca dell’incessante”[2]. Il destino delle arti, e dell’architettura tra esse, sembra essere quello della presa di coscienza della propria marginalità ed impotenza nel mondo contemporaneo … Così sembra più arduo ma anche più urgente il tentativo per ogni  disciplina di perseguire la via della ricerca della specificità e dei propri fondamenti, recuperandone “frammenti di verità”. Nella misura in cui lo studioso, lo scienziato, il professionista sanno tendere alla ricerca approfondita della essenza della propria arte, riuscendo a comprendere quali siano effettivamente i territori delle proprie applicazioni ed azioni, allora è possibile un contatto, un fertile avvicinamento delle arti e delle scienze.

 

Similmente la lezione di Israel sottolinea tali necessità: conoscere e rispettare i limiti in maniera critica e consapevole, per procedere nella verità e nell’evoluzione civile, per risolvere gli stati di crisi ed evitare una contagiosa regressiva cecità degli studi e delle innovazioni.

E perché questo sia possibile, è fondamentale che la tecnica proceda guidata dall’approfondimento scientifico, la pratica dallo studio teorico, l’operare dal sapere, senza che questo rimanga meramente astratto - slegato dalle problematiche della quotidianità - e tuttavia ulteriore ad essa; che la scienza a sua volta non tenti di dare risposte che non sono e non possono essere sue, quali la dimostrazione dell’esistenza o della non esistenza di un Dio, non cerchi di chiarire questioni trascendenti, perché rischierebbe di farsi Metafisica, di non ben chiare competenze, di non essere più scienza, fino a tradire la propria ragion d’essere.

 

Il progetto di Architettura è quanto di più chiaramente vicino a questa idea fondativa: progettare è pro-iciere, gettare avanti, pre-figurare una situazione non ancora esistente, dunque fare ipotesi sulle alternative possibili, sulle potenzialità trasformative dell’intervento, sulle relazioni che questo potrebbe mettere in crisi o in azione. La fase progettuale dell’architettura, che ne è poi nocciolo sostanziale, è per così dire quel filtro, quell’intervallo tra il possibile ed il reale, tra l’idea e la sua concretizzazione. Essa ci consente di declinare le intenzioni creative del progettista in scelte formali e costruttive ben definite, ma a lungo vagliate grazie al supporto di strumenti di vario tipo, di rappresentazione e verifica continua, quali il disegno, le matematiche e le scienze, la conoscenza del territorio e dei segni stratificati su esso, il confronto con la storia e lo stato dell’arte, il dialogo interdisciplinare, con tutte le arti, l’economia, la geografia, le varie specializzazioni, le tecnologie, gli apporti teorici alla disciplina, lo studio di progetti esemplari … Ogni decisione progettuale deve essere verificata e valutata, ogni errore scoperto e risolto, ogni linguaggio deve essere compreso, ogni problema amplificato e dunque sciolto, prima che l’architettura sia compiuta e tangibile. Il progetto incarna e sublima la necessità di una ricerca teorica, a guida e previsione di quanto l’applicazione pratica renderà concretamente esistente.

 

Il progetto - ed in particolare il progetto urbano di cui ci occupiamo nella ricerca dottorale - indaga le possibili soluzioni spaziali in situazioni che si presentano quasi sempre contraddittorie e difficili, cerca risposte a problematiche assai ampie, che toccano la sfera della sociologia della politica dell’economia oltre che dell’architettura e della poesia, poste fra l’instabile paesaggio della diffusione urbana e i lacerti di un territorio rurale o comunque più antico che fatica a mantenere i suoi connotati. L’operazione architettonica ed urbana mira a modulare il vuoto, a dare forma ed identità al bordo, a quel limite  (tra l’urbano e il non-urbano, tra pieno e vuoto, tra artificio e natura, il noto e l’ignoto …) da rispettare e valorizzare, alla fascia di margine che non è linea ma luogo, con un suo spessore problematico e potenziale, stabilendo nuove relazioni legate agli spazi e ai tempi che qui si scontrano - si sovrappongono - possono dialogare.

Il margine, nella sua accezione più ampia, teorica ma anche fisica come quella che affrontiamo  nel progetto, diventa occasione per una riflessione che mira ad integrare i mondi che si toccano ai suoi lati, senza però volerli confondere o alterare. Lo spazio di silenzio e di modulazione che esiste tra realtà differenti così come tra le diverse discipline o pratiche  è il medesimo intervallo che separa e media la riflessione teorica con la sua traduzione in sperimentazioni concrete, tra lettura e scrittura, ed è territorio al limite, che come tutte le zone di frontiera necessita di particolare attenta e dialogica cura.

 

La tecnica e la realtà virtuale è universo ulteriore, che rappresenta ed amplifica tutte quei processi di cui parliamo, e dei quali il professor Ubaldo Fadini ha brillantemente disquisito nella sua lezione;  può cioè essere considerata notevole risorsa nonché territorio mediano e mediatico per l’evoluzione della ricerca scientifica e della esistenza dell’uomo. L’antropologia filosofica guarda alla tecnica con uno sguardo aperto su tutte le sue possibilità e sulle prospettive che essa nella ricerca è in grado di aprire, nel momento in cui il suo approccio e la sua applicazione siano critici e consapevoli.

Ubaldo Fadini - filosofo e docente di Estetica, Università degli Studi di Firenze- ha voluto fortemente sottolineare le potenzialità che i processi di virtualizzazione hanno per l’evoluzione scientifica e civile, considerandole risorse significative per la simulazione e quindi la valutazione di nuovi possibili migliori mondi. Quando entriamo in una realtà virtuale è come se ipotizzassimo una o molte possibili alternative alla situazione presente - più o meno problematica e in attesa di trasformazione - prefigurando un’eventuale soluzione, attraverso l’uso di strumentazioni tecnologiche delle quali solo oggi disponiamo. Ci è consentito di  mettere in discussione realtà, di problematizzarla simulandone dei mutamenti, o verificando anticipatamente le conseguenze di certe operazioni.

Ogni situazione di crisi è così occasione per intravedere alcune risposte, oltre la voragine si apre  la Verità: se la crisi spezza e rompe, tale rottura non è necessariamente una catastrofe che non lascia nulla, le cose si separano, anche violentemente, e così facendo si distinguono recuperando una loro identità, trovano uno spazio dal quale poter procedere e parlare, terreno fertile per l’intuizione. Krínein significa giudicare, separare, dunque anche dare autonomia e vita: in seguito alla rottura c’è l’ordine, qualcosa ci è detto sul prima e sul dopo. Buona critica è quella che mettendo in crisi ci fa avanzare.

Dunque di tutti i processi di virtualizzazione che investono la realtà è messa in luce la potenzialità: le prestazioni tecniche ed informatiche, tanto presenti nell’esistenza dell’uomo contemporaneo, e tanto forti perché come lui elastiche, sinuosi, adattabili, infinite e mutevoli …, non possono che mostrare ed attuare un’azione trasformativa dello stato delle cose, delle nostre intelligenze e sensibilità, dunque anche della nostra corporeità, ad esse strettamente legata per via emozionale.

 

Se la tensione al limite appartiene ad un percorso di ricerca e di progresso realmente guidato da coscienza illuminata e conoscenza illuminante, consapevole delle proprie possibilità e delle proprie criticità, dei propri limiti in primis, essa è indubbiamente costruttiva e prolifica.

Da un lato perciò siamo richiamati al rispetto del limite, inteso quale estensione massima di libertà, Linea d’ombra [3] oltre la quale l’ignoto può farsi rischio e poi caotico crollo; dall’altro ci è rammentato come si possa e si debba partire per una crescita proprio dalle situazioni al limite, realtà critiche e problematiche - le aree di margine del tessuto urbano e metropolitano, spazi oscuri ma estremamente fertili per l’intervento, ricchi di stimoli e confronti; i territori limite delle sperimentazioni scientifiche; i luoghi critici della riflessione etica sull’esistenza ai suoi estremi; le situazioni d’emergenza socio-economica o di povertà umana ed affettiva; le sfide più grandi che innumerevoli stimolano le nostre intelligenze. Il margine come potenzialità perché pausa al dominio dell’antropizzazione ed anello di rottura di un sistema in crisi che ci si apre davanti agli occhi e ci si offre per l’indagine ed il progresso civile.

 

Fadini ha spiegato a tal proposito molto bene la posizione dell’Antropologia Filosofica del secondo decennio del XX secolo, soffermandosi su ciò che essa ritiene essere caratteristica costitutiva dell’essere umano, la sua ricchezza pulsionale, elemento peculiare che lo distingue dall’intero mondo animale, dotato invece di una elevata capacità istintuale - cioè di reazione predeterminata ed immediata agli stimoli provenienti dall’esterno. Se tale corredo istintivo permette all’animale di sopravvivere senza alcuna protesi in contesti anche difficili ma comunque noti e scarsamente modificabili, lo stesso manca all’uomo, il quale non è in grado di sopportare autonomamente e senza questo basilare supporto le avversità naturali. Eppure la stessa carenza - il suo stesso limite - diviene risorsa infinita e vitale: egli sviluppa una capacità adattiva che prende origine e forma dalla ricchezza pulsionale, sua qualità specifica, energia vitale dirompente con la quale gli è possibile affrontare le situazioni date, i pericoli i rischi le necessità, scardinando gli ordini normali e normati, prefigurandosi nuove soluzioni e nuovi mondi possibili.

L’uomo, pulsionalmente ricco e naturalmente tecnico, cioè immediatamente dotato di capacità artificiali e portato e relazionarsi e a strutturarsi tecnicamente, riesce perciò ad inventare e a creare da sé ciò di sui è carente, a risolvere costruttivamente le proprie problematicità, superando quegli stessi limiti che in origine lo connaturavano.

Il tal senso il superamento del limite è letto quale conquista legittima e fertile della civiltà; dalla situazione di crisi - dalla zona di frontiera - emergono nuove possibilità, proprio da essa si dipartono impreviste e validissime via del sapere e dell’esistenza.

 

Rileggendo e ripensando alle due stimolanti lezioni dei professori G. Israel e U. Fadini, di cui ora mi sono limitata a recuperare solo pochi spunti e che ho certamente considerato con un’attenzione influenzata dalle questioni di cui abitualmente mi occupo, facendone probabilmente un’interpretazione un po’ forzata o comunque personale, fino a confrontarne posizioni in realtà ben distinte anche se complementari per diversi aspetti, ricostruisco una via illuminante per la ricerca.

 

Lo studio scientifico ed in generale la riflessione teorica - la Pura Scienza dei  classici che mira alla crescita della civiltà e dell’uomo -, senza chiudersi in se stessi ma verificando le proprie ipotesi dal confronto costante con la pratica, siano consapevoli di se e dei propri limiti, oltre che delle proprie enormi potenzialità e sappiano così guidare ed accompagnare la sperimentazione. Lo studio illumini l’esperimento, la speculazione filosofica chiarisca l’azione, il progetto indirizzi la traduzione delle idee in opere costruite.

La pulsione creativa ed innata dell’uomo continui a stimolare le scelte e le rivoluzioni della scienza, l’intuizione sia acqua fresca per il terreno della ricerca, ne sia il primo insostituibile nutrimento, immaginandone nuovi modi e sempre migliori risposte; le condizioni di crisi siano sede di dibattito e confronto costruttivo, potenzialità non usuali per il superamento di se stesse.

Studio attento, intuizione creativa e confronto con la realtà: gli ambiti costitutivi delle ricerca siano complementari e sempre affiancati, strettamente uniti e consapevoli di costruire solo in questo sodalizio critico la base perché il Limite possa sussistere ed essere affrontato - superato o risolto - nella pienezza del suo significato, linea estrema da rispettare ed alla quale riferirsi, contenitore di identità e di contraddizioni, che contemporaneamente può farsi risorsa inedita, straordinaria potenza conoscitiva e creativa.

 

 

Riferimenti bibliografici

AA.VV., M. Bertoldini (a cura di), La cultura politecnica 1 e 2, ed. Bruno Mondadori, Milano 2004 - 2007

Ubaldo Fadini, Sviluppo tecnologico e identità personale. Linee di antropologia della tecnica, Bari 2000

Gillo Dorfles, L’intervallo perduto, ed. Skira, Milano 2006

Vittorio Gregotti, L’architettura nell’epoca dell’incessante, Edizioni Laterza, Roma-Bari 2006

Carlos Martì Arìs, Le variazioni dell’identità - Il tipo in Architettura, ed. Città studi, Novara 1993

Marc Augè, Tra i confini, città margini interazioni, ed. Bruno Mondadori, Milano 2007

 

 


[1] Gillo Dorfles, L’intervallo perduto, Skira Editore Milano 2006

[2] Vittorio Gregotti, L’architettura nell’epoca dell’incessante, Editori Laterza Roma 2006

[3] È titolo del romanzo di Joseph Conrad, The Shadow Line, pubblicato nel 1917

Posted: Ottobre 29th, 2008
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