700 mila nuovi abitanti a Milano. Perchè no.

Valeria Erba

Nel mese di Novembre 2008, l’assessore all’urbanistica del comune di Milano ha riaffermato l’obbiettivo di portare la città a 2 milioni di abitanti recuperando circa 700.000 nuovi residenti che dovrebbero essere proprio quei 700.000 pendolari che ogni giorno entrano a Milano per ragioni occupazionali.

Non si tratta di una gaffe o di un’affermazione estemporanea poiché l’assessore Masseroli aveva già formulato il medesimo obbiettivo nel corso del 2007, in occasione della presentazione dei lavori per il nuovo PGT del comune e in alcuni dibattiti pubblici. Si tratta, evidentemente ( e cercherò di dimostrarlo in seguito) di una affermazione provocatoria basata su una valutazione completamente negativa della politica urbanistica degli ultimi 30 anni, che ha prodotto la situazione attuale. Va letto pertanto in termini di una “visione” che intende sovvertire le difficoltà attuali del vivere e lavorare a Milano, cercando di restituire vivibilità, attrattività, qualità alla città.

Se il “visioning” fa parte degli strumenti operativi della pianificazione strategica e come tale deve essere considerato, una affermazione perentoria e poco documentata come quella dell’assessore Masseroli diventa anche “comunicazione mediatica” oggi molto praticata ma anche assai pericolosa per le aspettative che induce.

Cercherò di dimostrare la pericolosità di una affermazione provocatoria come quella dei 700.000 nuovi abitanti a Milano attraverso tre argomentazioni:

1. E’ concretamente realizzabile la previsione date le condizioni territoriali,

urbanistiche e sociali della città?

2. Esistono strumenti in grado di supportare l’obbiettivo?

3. Esistono nella storia urbanistica di Milano situazioni analoghe, di reazione ad

uno stato di fatto e che esiti hanno avuto?

L’ obbiettivo di 2 milioni di abitanti a Milano deve confrontarsi con le condizioni generali dello sviluppo della città che dal 1974 continua a perdere popolazione dato che i residenti sono passati da oltre 1.700.000 a poco meno, di 1.300.000. L’uscita di questi abitanti, che si sono insediati nel territorio circostante la città, equivale ad una città di medie dimensioni come Brescia o Bologna.

Oggi, infatti, non ci si riferisce soltanto alla città metropolitana, ma alla città infinita, dai confini liquidi, proprio per indicare un processo di sviluppo che non riconosce né i confini comunali, né quelli dell’area metropolitana, ma che interessa il territorio di piu’ province ( Como, Lecco, Bergamo, Brescia, Pavia, Lodi), talvolta anche fuori regione (Novara, Piacenza).

Se il fenomeno è di tale portata non può certo essere governato dal solo PGT di un comune, capoluogo, ma le politiche e strategie devono essere ben piu’ complesse e articolate.

Comunque cerchiamo di valutare la fattibilità dell’obbiettivo relativamente all solo territorio comunale milanese. Il comune di Milano ha uno dei territori più ridotti per estensione tra le grandi città (solo 182 Kmq) con una percentuale di suolo urbanizzato tra le più alte, dato che ha superato l’80 % del totale attestandosi sui valori del “continuum urbanizzato” ben espressi dai comuni di Sesto S.Giovanni, Ciniselllo, Bresso, Cologno.

In un territorio cosi’ urbanizzato sono ancora presenti aree riutilizzabili come le aree industriali dismesse, scali ferroviari, mentre esistono aree inedificabili perchè destinate a servizi pubblici o verde agricolo.

Le aree industriali dismesse sono state in questi anni il grande bacino della nuova urbanizzazione di Milano: già dalla seconda metà degli anni 90 si è avviato il processo di riconversione ai fini prevalentemente residenziali dei circa 10 milioni di mq di aree disponibili che si completerà per una quota del 70% entro i prossimi 2-3 anni.

Le prime realizzazioni effettuate attraverso i PRU hanno hanno consentito, su circa 1,6 milioni di mq con indice medio di 0,58 mq/mq di mix funzionale di realizzare residenze per poco più di 16.000 nuovi abitanti teorici. Gli interventi successivi ai PRU, cioè i PII e le concessioni edilizie dirette hanno utilizzato indici più alti (in media 0,78 mq/mq) ma sempre con edilizia residenziale mista a terziario e commerciale.

Se ora si pensasse di dover trovare aree per collocare i 700.000 nuovi abitanti, ipotizzando un indice pari a 1 mq/mq di tutta residenza (quartieri cioè più simili a Quarto Oggiaro che a Pompeo Leoni o a S. Giulia), bisognerebbe reperire almeno 35 milioni di mq (25 mq di slp per per abitante più il 100% per funzioni compatibili, per servizi pubblici e viabilità), a fronte di aree trasformabili residue (Bovisa, Scalo Farini e Porta Romana oltre a Cascina Merlata e Area Expo e aggiungendo anche l’Ortomercato) pari a poco più di 6 milioni di mq . Solo l’utilizzo intensivo ai fini residenziali delle aree agricole vincolate dal Parco Agricolo Sud Milano (eventualità da tutti considerata insopportabile per el conseguenze negative sull’ambiente e sul paesaggio storico della città) consentirebbe di raggiungere l’obiettivo.

L’obbiettivo dei 700.000 di abitanti a Milano non è dunque sostenibile e compatibile con l’attuale assetto urbanistico e territoriale della città in quanto si dovrebbero utilizzare, oltre alle aree attualmente disponibili poiché aree di trasformazione (6 milioni di mq) sufficienti per 200.000 abitanti ammassati in quartieri ad alta densità edilizia e privi di servizi pubblici, altri 29 milioni di mq recuperabili solo sulle ultime aree agricole del Parco Agricolo Sud Milano arrivando ad una urbanizzazione quasi totale del territorio comunale.

Il territorio agricolo Sud Milano, ricco di storia, di paesaggio e di valore economico-produttivo merita ben altra considerazione rispetto a questa disgraziata eventualità.

Veniamo ora alla seconda argomentazione, e cioè attraverso quali strumenti si potrebbe consentire un (parziale) obiettivo di incremento della popolazione milanese, richiamando, in particolare, i pendolari già costretti dagli alti valori immobiliari milanesi a uscire dalla città per trovare un alloggio. L’ipotesi di un premio volumetrico in cambio di edilizia convenzionata e di un affitto equo è certamente uno strumento conforme ai principi di sussidiarietà orizzontale che vedono oggi l’operatore pubblico collaborare con quelli privati per realizzare insediamenti di qualità e di valenza sociale, tuttavia questo implica una capacità di controllo e di indirizzo da parte dell’operatore pubblico che sino ad ora non si è manifestata nel comune di Milano e che ci porta a riflettere sulla terza argomentazione che proponevo: ci sono le garanzie per una politica urbanistica alternativa rispetto alla passata politica che oggi non si vuole condividere?

La politica urbanistica milanese ha già conosciuto due momenti di reazione alle regole in essere; il rito ambrosiano degli anni sessanta e la deregulation degli anni ottanta. Il rito ambrosiano delle licenze in precario si opponeva a un piano regolatore che, sebbene sovra-dimensionato per gli altri indici di fabbricabilità, vincolava ancora il 50% del territorio comunale a verde agricolo, funzione incompatibile con le capacità operative di un regime immobiliare che voleva rispondere al fabbisogno abitativo di quegli anni realizzando quartieri ad alta densità e privi di servizi pubblici1.

La deregulation degli anni 80 continua a vedere il piano regolatore come un insieme di lacci e lacciuoli che impediscono la libera espressione dell’operatore immobiliare e ancora una volta si interviene attraverso il fabbisogno abitativo per erodere ulteriori aree al verde agricolo (progetto casa)2.

Oggi il piano regolatore non è piu’ lo strumento che indirizzerà la trasformazione urbanistica di Milano, sostituitto da un piano di governo del territorio, documento di tipo programmatico, e non vincolistico, ma ancorato, nelle sue scelte, alla valutazione ambientale strategica al recepimento dei vincoli e delle politiche di sviluppo correttamente espresse a scala provinciale e regionale, a obbiettivi di qualità e di valorizzazione delle risorse territoriali.

Tuttavia sembra che il meccanismo delle azioni e delle iniziative imprenditoriali immobiliari si muova ancora nel solco del rito ambrosiano e della deregulation.

  1. G. Campos Venuti, A. Boatti, A. Canevari, V. Erba, F. Oliva “Un secolo di Urbanistica a Milano” Clup, 1987

  2. F. Oliva “l’Urbanistica di Milano” Hoepli 2000

Posted: Novembre 18th, 2008
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Teatro en plein air

En plein Air.

Teatro, figura dello spazio aperto.

di Alessandra Giannini

Cuore e frammento.

“Ricostruire il cuore della città, e pertanto riattribuire significato allo spazio pubblico, è un problema che si affronta come la ricomposizione della scena, un luogo per la rappresentazione civica”.1  In termini spaziali il teatro sin dalla sue origini ha sempre avuto un ruolo centrale nella composizione della città. Il teatro ha incarnato il cuore della vita sociale collettiva rappresentando nella città classica l’unità dello spazio pubblico come luogo della vita urbana. Le Corbusier identifica nel teatro una metafora fondamentale dell’unità dello spazio pubblico come luogo per l’incontro delle arti (Le Corbusier). Il teatro è luogo della rappresentazione civica: Le Corbusier critica la scena naturale che la tradizione pittoresca propone come luogo per la rappresentazione teatrale, il Thèâtre de la nature, e predilige la scelta di una quinta urbana per la rappresentazione teatrale. In questo modo egli evidenzia l’esistenza di due poli  che identificano la modernità e che si manifestano in un idealismo teso a ricomporre l’unità perduta della città classica e in un’ empirismo pittoresco che cerca nella scena naturale uno scenario alternativo per l’attività urbana all’aperto.
“Vita teatrale e scenario urbano si propongono in questo modo come paradigmi di un’auspicata unità dello spazio pubblico.”2 L’attività teatrale assorge a modello dell’attività urbana all’aperto (De Solà-Morales) e della vita fuori dall’edificio, en plein air. Oggi il teatro all’aperto vive ancora di questa mancanza di unitarietà: la frammentarietà connota oggi gli spazi pubblici assorgendo a nuova figura dello spazio. Se nel tempo è possibile identificare un rapporto stretto tra lo spazio aperto e la figura del teatro nella definizione di uno scambio natura-arte legato alla vita all’aperto, oggi questo rapporto riprende vita in una declinazione che trova la sua risposta in nuove figure dello spazio pubblico.

Teatro, ovvero la figura.

“Noi abbiamo la possibilità di conformare il nostro nuovo mondo urbano in un paesaggio figurabile: visibile coerente e chiaro. Ciò richiederà un atteggiamento nuovo da parte del cittadino ed una configurazione del suo ambiente in forme che attraggono lo sguardo, che si organizzino da livello a livello nel tempo e nello spazio, che si costituiscano come simboli per la vita umana”3 Kevin Lynch

Il teatro esiste come figura fondativa dello spazio pubblico. Con il  termine figura intendiamo un “riflesso generato dalla condensazione di esperienze complesse che, in periodi storicamente determinati, assume caratteri di relativa stabilità nell’immaginario collettivo.4 Si possono identificare alcune figure che sono “fondamentali e fondative dell’architettura dello spazio pubblico” tra queste l’agorà, il foro, la basilica, la strada ed il teatro. Ognuna di esse incarna un aspetto della vita collettiva. Il Teatro incarna “il prototipo del luogo della rappresentazione umana, della città, del paesaggio”5 e costituisce una figura archetipica dello spazio pubblico, che prevede l’interazione sociale tra individui. Il carattere figurale del teatro come spazio pubblico, aperto o edificato, si svolge dunque in relazione ad uno sfondo. E’ nella città greca che possiamo ricercare le origini della figura del teatro. “La città concreta che noi analizziamo ha la sua origine in Grecia” scrive Aldo Rossi, “è in Grecia che rileviamo i fondamenti di costruzione della città.”6 E’ quindi la figura del teatro greco quella che per prima rappresenta lo spazio del teatro. Nel teatro greco “le rappresentazioni sono il corrispettivo di vere e proprie esternazioni delle più profonde pulsioni umane contenute entro l’ospitale corpo di Gea la terra dai grandi seni: letteralmente contenute”7, il teatro è uno scavo nel terreno, un manufatto semi ipogeo che funge da contenitore per la rappresentazione scenica. “Ognuno di noi pensando ad una prima forma del costruire pensa allo scavare”.8  Il teatro greco si trova per svuotamento nel sito naturale. Il teatro rappresenta gli elementi basilari dello spettacolo a cui corrispondono distinti dispositivi architettonici: la cavea per il pubblico, il palcoscenico circolare per gli attori, e il palco. Quest’ultimo è orientato in modo da avere il sorgere del sole a destra e il tramonto a sinistra così da sfruttare la luce solare per l’illuminazione dello spettacolo. La cavea, la cui forma ricorda un tronco di cono, è ricavata nel pendio naturale di colline, per  sfruttarne la pendenza.
Il teatro della Grecia antica è una figura en plein air che stabilisce un forte legame nel paesaggio e nella natura,  sfruttando le componenti naturali come la topologia e la luce del sole. In questo si manifesta la forte unitarietà della città classica dove il teatro è natura ma anche luogo della vita pubblica e figura urbana nello spazio aperto. Il teatro si colloca nella natura e nella polis stabilendo nessi relazionali tra individui.
Il teatro incarna una manifestazione della vita pubblica, in un’analisi sincronica si evidenzia la permanenza di alcuni caratteri del teatro, come il rapporto attore-spettatore: “ un rapporto che si è perpetuato all’epoca della Grecia arcaica fino ad oggi, attraverso le varie differenziazioni proposte dal teatro medievale, dalla commedia dell’arte, dal teatro elisabettiano, dal No, dal Kabuki, ecc.”9

Scenografia, ovvero lo sfondo.

Se la città classica incarna l’archetipo del teatro all’aperto un’altra importante declinazione della figura teatro-natura si manifesta nella Francia del grand siecle. In questo periodo la rappresentazione teatrale assume un grande valore sociale rappresentando “il senso di comunicazione e di ordine, di vita associata e di gradualità gerarchica, di cerimoniale e di mondano decoro”10 che appartengono all’epoca di Luigi XIV.  Il teatro è espressione della vita pubblica e sociale e si svolge all’aperto. Gli spettacoli si svolgono nei giardini, che offrono la scena e la quinta in cui si svolge l’azione teatrale. La scenografia diventa elemento imprescindibile nella progettazione dei giardini, che vengono pensati in funzione delle rappresentazioni teatrali che ospiteranno ed allo stesso tempo divengono elemento stesso della rappresentazione scenica. “L’intero giardino è diventato una parte dell’esperienza teatrale attraverso l’uso esteso sia delle prospettive naturali che delle artificiali che sperimentavano le possibilità illimitate dello spazio al contorno”.11 Il teatro torna a stabilire un forte legame con lo spazio aperto e con la natura e a stabilire con questa un rapporto simbiotico di mutuo scambio; il giardino si plasma a quinta dello spazio scenico e nello stesso tempo il teatro dà vita ai giardini, ne qualifica lo spazio del sociale: “ il rapporto tra scenografia ed architettura dei giardini è quindi doppio: da un lato i giardini vengono costruiti come scene teatrali, utilizzandone i criteri prospettici, dall’altro il giardino è rappresentato nel teatro.”12
In questi due precisi momenti della storia il teatro declina le figure dello spazio pubblico en plein air, manifestando l’importanza del teatro stesso come manifestazione di un bisogno sociale che esce dalle mura dell’edifico per collocarsi all’aperto.

Sguardo e limiti .

La rappresentazione teatrale si svolge entro i limiti di uno spazio, che ne descrivono la figurabilità. Nel teatro all’aperto lo spazio si dilata. L’etimologia greca del termine teatro è nel verbo “theaomai”, vedere che sottolinea l’importanza dello sguardo nella rappresentazione. Lo sguardo percepisce il movimento e si orienta in uno spazio che è sfondo.  Nel giardino di Ryoan-ji a Kyoto in un mare di ghiaia emergono quindici rocce: da qualsiasi punto le si osservi non è possibile osservarne la totalità. “Sono meccanismi che obbligano ad una percezione dinamica, che a sua volta necessita di una variazione continua del punto di vista e della natura accumulativa dell’esperienza conoscitiva”.13 La percezione è dunque la chiave di lettura dello spazio del teatro en plein air. Il teatro è etimologicamente legato allo sguardo e quindi alla percezione e quando si trova all’aperto la sua esposizione è totale e non può esimersi dal confrontarsi con le modificazioni percettive della nostra epoca. Per Paul Virilio oggi è difficile soffermarsi a guardare, il nostro occhio è abituato alla velocità, insegue il movimento, e lo sguardo è incapace di soffermarsi: “se la velocità è luce, tutta la luce del mondo, allora le apparenze sono trasparenze momentanee ed ingannevoli, e anche le dimensioni spaziali non sono altro che fugaci apparizioni, come le cose percepite nell’istante dello sguardo.”14 Al contrario dell’esperienza cinematografica l’esperienza teatrale si radica ad un luogo e lo identifica.
Il teatro come figura dello spazio aperto si confronta anche con la percezione del vuoto e  del movimento nei limiti: si manifesta come spazio sottratto. Il vuoto non è uno spazio in negativo ma è lo spazio della scena, della rappresentazione, dove avviene l’atto teatrale. I limiti della scena sono indefiniti, se non dagli oggetti che essa contiene.”Solo attraverso la forma possiamo concepire il vuoto” spiega la filosofia Zen.

Teatri all’aperto

“Inseguire le forme non è altro che inseguire il tempo, ma se non esistono forme stabili, non esiste assolutamente la forma”15 scrive Paul Virilio. Eppure questo non è vero per la figura del teatro, che  muta registro e si declina in nuove figure dello spazio, legate ai nuovi parchi e giardini urbani. Se queste nuove declinazioni del teatro nello spazio aperto sfuggono ad uno sguardo d’insieme, tuttavia vi sono interessanti manifestazioni di questa figura urbana che si legano a luoghi diversi ed eterogenei, che partecipano tutti di una nuova condizione dello spazio aperto.
Un primo esempio è il parco di Terrasson-La-Villedieu, nel progetto denominato Les Jardins de l’Imaginaire, Terrasson, Francia nel 1995. La paesaggista francese Kathryn Gustafson ripropone un anfiteatro all’aperto, disponendo panche in metallo che sottolineano la morfologia del suolo. L’articolazione topografica esistente viene declinata ed enfatizzata dalle curve del progetto e attraverso semplici elementi che dialogano con lo spazio naturale definendo una nuova figura del teatro all’aperto. E’ una figura che si apre al paesaggio, che si espande nell’orizzonte.
Il Parco “immaginario”  di Terrasson-La-Villedieu “è proprio sintesi e incontro tra differenti modelli culturali del paesaggio contemporaneo: dall’interpretazione con il giardino di una tradizione legata alla immagine forte di coltivazioni solcate dalle canalizzazioni d’acqua, fino alla totale astrazione del disegno compositivo che rende il parco un vero trattato di Land Art.”16
Un alto esempio di teatro all’aperto contemporaneo si trova alla Fondazione Ca’ La Ghironda, alla Collezione D’arte Moderna e Contemporanea di Ponte Ronca (BO), in Emiglia Romagna,  all’interno di un parco scultoreo voluto dall’artista, collezionista e scultore Francesco Martani. Nel parco “protagoniste assolute le opere interagiscono con il paesaggio”17. Il teatro è stato progettato nel 1998 da Franco Savignano che sfrutta la conformazione del terreno, un naturale avvallamento. L’artista realizza una scultura di grandi dimensioni “Skenè” che è allo stesso tempo un luogo per la manifestazione teatrale.  In questo giardino arte e natura trovano un perfetto equilibro e nuovamente il teatro torna a rivivere uno stretto rapporto con  la topografia, nel giardino scultoreo: “la sensazione è quella che si prova nei giardini cinque e seicenteschi, dove le statue sono parte integrante dell’insieme”18.
Il teatro all’aperto si trova anche nella scena urbana, come nel caso del progetto di Kristine Jensen per  Kolding (Danimarca).
Il progetto prevede la trasformazione del centro educativo Nicolai (1890-1930) in un centro multidisciplinare, con un intervento che coinvolge anche le aree esterne di pertinenza. Lo spazio si trasforma in uno scenario, coinvolto dalle molteplici attività all’aperto, nel quale si trova anche un piccolo anfiteato, una platea aperta sulla piazza che diviene la quinta scenica per la performance. Il teatro è quindi la piazza urbana, inclusa nel tessuto edificato.
Il teatro  en plein air oggi si manifesta in diverse forme creando differenti relazioni con il contesto: si trova sia in ambito naturalistico che in ambito propriamente urbano, si relaziona alla  land art e al paesaggismo e propone nuovi modi d’uso dello spazio aperto.
“Se cominciamo a pensare (…) lo spazio in termini superati, gli artisti che meritano questo nome hanno già sperimentato dispositivi spaziali che non hanno più nulla in comune con la prospettiva o con lo spazio assoluto newtoniano”19. Una nuova sensibilità topologica si manifesta oggi nel progetto dello spazio aperto, spazio che torna ad essere al centro della ricerca architettonica ed urbana e di cui il teatro rappresenta un’ importante declinazione.

  1. Ignasi de Solà Morales, Decifrare l’architettura, Allemandi & C., 2001
  2. Ibidem
  3. Kevin Lych, L’Immagine della Città, Marsilio, 1964.
  4. Ilaria valente,  Figure(frammenti) dell’architettura dello spazio pubblico, in A.di Franco, Agorà Quota Zero, Maggioli, 2007.
  5. Ibidem
  6. A. Rossi, L’architettura della città, 1966.
  7. A.Di Franco, Agorà Quota Zero, Maggioli, 2007.
  8. Francesco Venezia, Teatros y antros. El ritorno del mundo subterràneo a la modernidad Quaderns d’Arquitectura y Urbanisme, n 175.
  9. Gillo Dorfles, L’intervallo perduto, Skira, 2006
  10. Cit di Giovanni Macchia,  In Ilaria Valente, Figure dello spazio aperto, Ed. Unicopli, 2000
  11. Cit di W.H. Adams in Ilaria Valente, Figure dello spazio aperto, Ed. Unicopli, 2000
  12. Ilaria Valente, Figure dello spazio aperto, Ed. Unicopli, 2000
  13. Fernando Espuelas, Il Vuoto, Marinotti, 2008
  14. Ibidem
  15. Paul Virilio, Estetice della sparizione, Liguori, 1992
  16. Gianpiero Donin, Parchi, Biblioteca del Cenide, 1999
  17. Matilde Marzotto Caotorta, Arte Open Air, 22 publishing, 2007
  18. Ibidem
  19. Andrè Corboz, Avete detto spazio, Franco Angeli, 2006
Posted: Novembre 14th, 2008
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A ruralização da cidade moçambicana

Renata Akiyama

“Rapid urbanization, especially in the less developed countries, requires careful analysis, bearing in mind that the definition of ‘urban’ and ‘urbanization’ are often inadequate to describe the generally spontaneous expansion of urban settlements. (…) The dominant trend in Mozambique is the ‘ruralization’ of cities and towns.”

Maria dos Anjos Rosário, Presidente da Associação Moçambicana para o Desenvolvimento Urbano

Moçambique tornou-se independente de Portugal em 1975 e depois de 16 anos de conflito civil armado entre FRELIMO (Frente de Libertação Nacional) e RENAMO (Resistência Nacional Moçambicana) assinou seu acordo de paz em Roma. Desde então, tem presenciado um crescimento anual superior aos 8%[1], o maior índice registrado entre os países africanos importadores de petróleo. O governo tem promovido a liberalização da economia, a descentralização de tomada de decisões e o investimento em infra-estruturas. Mesmo assim, Moçambique é um dos países mais pobres do mundo, há graves deficiências na prestação de serviços e no fornecimento de infra-estruturas, dificuldades na redução das desigualdades sociais e no combate a disseminação do vírus HIV/AIDS. Moçambique está em 172º lugar de 177 paises no ranking do IDH mundial e tem mais de um terço da sua população vivendo com menos de 1 USD por dia[2].

Com a independência e o fim da guerra civil, as cidades moçambicanas passaram a receber grandes levas de migrantes das áreas rurais em busca de empregos e acesso à educação e à saúde. O maciço movimento da população, entretanto, não foi acompanhado por investimentos em infra-estruturas e serviços urbanos e a população migrada acabou por deparar-se com situações tão precárias quanto àquelas do meio de origem. Nas cidades, as estruturas existentes se deterioraram, proliferaram-se as atividades informais e os assentamentos espontâneos. As rápidas mudanças dificultam o planejamento e as condições de vida da população pioram.

Este processo, presenciado na maioria dos paises da África Subsahariana, é conhecido como “ruralização da cidade”. O centro urbano tende a densificar-se e novas construções penetram nos interstícios da antiga, preenchendo os espaços livres e ocupando zonas verdes e terrenos reservados para equipamentos sociais. A densificação da zona central, porém não ultrapassa aquela verificada nas zonas mais externas, onde o crescimento populacional é mais intenso. Os subúrbios crescem continuamente e se estendem espontaneamente por grandes porções de terras. A população, que se instala nas bordas da cidade, permanece com costumes rurais, praticando a agricultura e habitando em casas tradicionais, mas ao mesmo tempo estabelece relações econômicas e sociais com a cidade.[3] As diferenças entre a população imigrada e aquela residente nas zonas centrais são ainda maiores, alimentando a segregação imposta nos tempos coloniais.


[1] INTERNATIONAL DEVELOPMENT ASSOCIATION (2007). Mozambique: From Post-Confl ict Recovery to High Growth. World Bank, Washington D.C.

[2] PNUD (2007). Relatório de Desenvolvimento Humano 2007/2008. Programa das Nações Unidas para o Desenvolvimento, New York.

[3] ARAÚJO, M. G. M. (2003). Os espaços urbanos em Moçambique. GEOUSP – Espaço e Tempo, nº 14, 2003, pp. 165-182.

Posted: Novembre 13th, 2008
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Naviglio Grande.

fotografie di Nicola Cazzulo

Posted: Novembre 10th, 2008
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I n _ L í m i t e

La ricerca scientifica e la condizione di limite _ riflessioni, problematiche, potenzialità 

Anna Arioli 

 

Il limite non è il punto in cui una cosa finisce, come sapevano i greci, ma ciò a partire da cui essa inizia la sua essenza.  (Martin Heidegger)

 

 

Mi sembra estremamente interessante e stimolante ripensare ed approfondire alcuni concetti proposti durante il seminario di Epistemologia della Ricerca Scientifica, ancor di più tentare di avvicinare e mettere a confronto quali tra questi abbiano maggiormente “messo in vibrazione” le corde della sensibilità personale e di ricerca, quand’anche provenienti da fonti o posizioni differenti.

 

Vorrei provare a ragionare sul concetto di limite, parola ricchissima di significati e risonanze, già tema d’interesse del mio programma di ricerca dottorale. Limite è Confine, barriera, dunque indica una estensione assegnata e non valicabile, qualche cosa che riduce e ferma la nostra  libertà, ma che ne mantiene così la ragion d’essere; segna la linea oltre la quale l’intelligenza può farsi Ubris - tracotanza ed agire rischiando l’incolumità. Limite è limitare, condizione di soglia, perciò di passaggio ed attraversamento, il punto massimo raggiungibile, allora stimolo e Tensione costante, verso una alterità.

In astronomia limite è uno dei due punti dell’orbita in cui un pianeta raggiunge la sua massima distanza dall’eclittica, in matematica è numero al quale i valori della funzione si avvicinano, ma sempre intangibile e non superabile. Si dice “al limite” come a dire di ciò che rappresenta per noi il massimo dell’improbabilità eppure ancora perseguibile. Limite è zona di confine, contatto tra realtà differenti, in geografia è frontiera, zona franca o più spesso zona di guerra, comunque zona vivissima di contrasti e possibilità.  …

Gillo Dorfles[1] parla di Diastéma, qualcosa che separa due eventi, l’intervallo che sta tra due note nel caso della musica, la pausa capace di evidenziare certi elementi e di comprenderne le qualità, la condizione precedente l’azione.

 

Riflettendo sulle parole di Giorgio Israel - professore di Matematiche complementari, Università degli Studi di Roma “La Sapienza” - , concordo sull’importanza che certe linee operative e speculative - da lui evidenziate - devono avere in ogni percorso di ricerca, anche e soprattutto oggi: è quanto mai urgente che siano il sapere, la conoscenza, la riflessione teorica a guidare la pratica sperimentale, che sia la scienza ancora ad illuminare la tecnica e le applicazioni strumentali. Il mondo della tecnologia è evoluto in una maniera esponenziale, al punto tale da procedere autonoma e talvolta cieca, inconsapevole dei risultati e dei rischi cui va incontro, secondo ritmi e percorsi accelerati rispetto a quelli della ricerca teorica, che invece rallenta e fatica in un mondo sempre più complesso, spesso deviando dai propri percorsi a sostenere tesi  che non le sono proprie e che la rendono sterile.

E’ necessario recuperare la capacità “diastématica”, la capacità cioè di riprendere certe pause, certi confini tra le cose, tra il pensiero e l’azione, tra le discipline, di riscoprire la consapevolezza del significato della stasi - della riflessione dunque, la necessità di un vuoto che non è assenza ma attesa, che sia in grado di rendere più efficace l’operare ed il sentire. In un’epoca di continuità di sollecitazioni sonore/sensoriali/conoscitive  rischiamo di non esser più in grado di ascoltare attentamente, fino a commettere errori talvolta molto gravi.

 

Mi sembra assai attuale una riflessione simile, al punto giusto provocatoria. La ricerca teorica relativa a qualunque disciplina - e qui non possiamo non sentirci chiamati direttamente in causa - deve interrogarsi su quali siano i propri territori, su quali debbano essere oggi i propri limiti, se esistano ancora  dei limiti, delle linee d’ombra il cui superamento è rischioso ma verso le quali tendere criticamente, per avanzare nella conoscenza e poter costruire un dialogo. Si tratta di limiti spaziali - contenutistici - ma anche di limiti temporali, pause che ammettano zone neutre dalle quali fare chiarezza, attraverso le quali vedere più nitidamente l’oggetto ed il percorso della propria ricerca, anche scientifica. Aspirare alla sospensione positiva, al vuoto come condizione sine qua non potrebbe avvenire la comprensione del pieno. Quel noto In Between delle arti che potrebbe essere esteso alla riflessione filosofica sulla scienza.

 

“Le arti convergono solo là dove ognuna persegue il proprio principio immanente”, così scrive Adorno nel 1966, e tale lo cita Vittorio Gregotti in apertura del suo testo “L’Architettura nell’epoca dell’incessante”[2]. Il destino delle arti, e dell’architettura tra esse, sembra essere quello della presa di coscienza della propria marginalità ed impotenza nel mondo contemporaneo … Così sembra più arduo ma anche più urgente il tentativo per ogni  disciplina di perseguire la via della ricerca della specificità e dei propri fondamenti, recuperandone “frammenti di verità”. Nella misura in cui lo studioso, lo scienziato, il professionista sanno tendere alla ricerca approfondita della essenza della propria arte, riuscendo a comprendere quali siano effettivamente i territori delle proprie applicazioni ed azioni, allora è possibile un contatto, un fertile avvicinamento delle arti e delle scienze.

 

Similmente la lezione di Israel sottolinea tali necessità: conoscere e rispettare i limiti in maniera critica e consapevole, per procedere nella verità e nell’evoluzione civile, per risolvere gli stati di crisi ed evitare una contagiosa regressiva cecità degli studi e delle innovazioni.

E perché questo sia possibile, è fondamentale che la tecnica proceda guidata dall’approfondimento scientifico, la pratica dallo studio teorico, l’operare dal sapere, senza che questo rimanga meramente astratto - slegato dalle problematiche della quotidianità - e tuttavia ulteriore ad essa; che la scienza a sua volta non tenti di dare risposte che non sono e non possono essere sue, quali la dimostrazione dell’esistenza o della non esistenza di un Dio, non cerchi di chiarire questioni trascendenti, perché rischierebbe di farsi Metafisica, di non ben chiare competenze, di non essere più scienza, fino a tradire la propria ragion d’essere.

 

Il progetto di Architettura è quanto di più chiaramente vicino a questa idea fondativa: progettare è pro-iciere, gettare avanti, pre-figurare una situazione non ancora esistente, dunque fare ipotesi sulle alternative possibili, sulle potenzialità trasformative dell’intervento, sulle relazioni che questo potrebbe mettere in crisi o in azione. La fase progettuale dell’architettura, che ne è poi nocciolo sostanziale, è per così dire quel filtro, quell’intervallo tra il possibile ed il reale, tra l’idea e la sua concretizzazione. Essa ci consente di declinare le intenzioni creative del progettista in scelte formali e costruttive ben definite, ma a lungo vagliate grazie al supporto di strumenti di vario tipo, di rappresentazione e verifica continua, quali il disegno, le matematiche e le scienze, la conoscenza del territorio e dei segni stratificati su esso, il confronto con la storia e lo stato dell’arte, il dialogo interdisciplinare, con tutte le arti, l’economia, la geografia, le varie specializzazioni, le tecnologie, gli apporti teorici alla disciplina, lo studio di progetti esemplari … Ogni decisione progettuale deve essere verificata e valutata, ogni errore scoperto e risolto, ogni linguaggio deve essere compreso, ogni problema amplificato e dunque sciolto, prima che l’architettura sia compiuta e tangibile. Il progetto incarna e sublima la necessità di una ricerca teorica, a guida e previsione di quanto l’applicazione pratica renderà concretamente esistente.

 

Il progetto - ed in particolare il progetto urbano di cui ci occupiamo nella ricerca dottorale - indaga le possibili soluzioni spaziali in situazioni che si presentano quasi sempre contraddittorie e difficili, cerca risposte a problematiche assai ampie, che toccano la sfera della sociologia della politica dell’economia oltre che dell’architettura e della poesia, poste fra l’instabile paesaggio della diffusione urbana e i lacerti di un territorio rurale o comunque più antico che fatica a mantenere i suoi connotati. L’operazione architettonica ed urbana mira a modulare il vuoto, a dare forma ed identità al bordo, a quel limite  (tra l’urbano e il non-urbano, tra pieno e vuoto, tra artificio e natura, il noto e l’ignoto …) da rispettare e valorizzare, alla fascia di margine che non è linea ma luogo, con un suo spessore problematico e potenziale, stabilendo nuove relazioni legate agli spazi e ai tempi che qui si scontrano - si sovrappongono - possono dialogare.

Il margine, nella sua accezione più ampia, teorica ma anche fisica come quella che affrontiamo  nel progetto, diventa occasione per una riflessione che mira ad integrare i mondi che si toccano ai suoi lati, senza però volerli confondere o alterare. Lo spazio di silenzio e di modulazione che esiste tra realtà differenti così come tra le diverse discipline o pratiche  è il medesimo intervallo che separa e media la riflessione teorica con la sua traduzione in sperimentazioni concrete, tra lettura e scrittura, ed è territorio al limite, che come tutte le zone di frontiera necessita di particolare attenta e dialogica cura.

 

La tecnica e la realtà virtuale è universo ulteriore, che rappresenta ed amplifica tutte quei processi di cui parliamo, e dei quali il professor Ubaldo Fadini ha brillantemente disquisito nella sua lezione;  può cioè essere considerata notevole risorsa nonché territorio mediano e mediatico per l’evoluzione della ricerca scientifica e della esistenza dell’uomo. L’antropologia filosofica guarda alla tecnica con uno sguardo aperto su tutte le sue possibilità e sulle prospettive che essa nella ricerca è in grado di aprire, nel momento in cui il suo approccio e la sua applicazione siano critici e consapevoli.

Ubaldo Fadini - filosofo e docente di Estetica, Università degli Studi di Firenze- ha voluto fortemente sottolineare le potenzialità che i processi di virtualizzazione hanno per l’evoluzione scientifica e civile, considerandole risorse significative per la simulazione e quindi la valutazione di nuovi possibili migliori mondi. Quando entriamo in una realtà virtuale è come se ipotizzassimo una o molte possibili alternative alla situazione presente - più o meno problematica e in attesa di trasformazione - prefigurando un’eventuale soluzione, attraverso l’uso di strumentazioni tecnologiche delle quali solo oggi disponiamo. Ci è consentito di  mettere in discussione realtà, di problematizzarla simulandone dei mutamenti, o verificando anticipatamente le conseguenze di certe operazioni.

Ogni situazione di crisi è così occasione per intravedere alcune risposte, oltre la voragine si apre  la Verità: se la crisi spezza e rompe, tale rottura non è necessariamente una catastrofe che non lascia nulla, le cose si separano, anche violentemente, e così facendo si distinguono recuperando una loro identità, trovano uno spazio dal quale poter procedere e parlare, terreno fertile per l’intuizione. Krínein significa giudicare, separare, dunque anche dare autonomia e vita: in seguito alla rottura c’è l’ordine, qualcosa ci è detto sul prima e sul dopo. Buona critica è quella che mettendo in crisi ci fa avanzare.

Dunque di tutti i processi di virtualizzazione che investono la realtà è messa in luce la potenzialità: le prestazioni tecniche ed informatiche, tanto presenti nell’esistenza dell’uomo contemporaneo, e tanto forti perché come lui elastiche, sinuosi, adattabili, infinite e mutevoli …, non possono che mostrare ed attuare un’azione trasformativa dello stato delle cose, delle nostre intelligenze e sensibilità, dunque anche della nostra corporeità, ad esse strettamente legata per via emozionale.

 

Se la tensione al limite appartiene ad un percorso di ricerca e di progresso realmente guidato da coscienza illuminata e conoscenza illuminante, consapevole delle proprie possibilità e delle proprie criticità, dei propri limiti in primis, essa è indubbiamente costruttiva e prolifica.

Da un lato perciò siamo richiamati al rispetto del limite, inteso quale estensione massima di libertà, Linea d’ombra [3] oltre la quale l’ignoto può farsi rischio e poi caotico crollo; dall’altro ci è rammentato come si possa e si debba partire per una crescita proprio dalle situazioni al limite, realtà critiche e problematiche - le aree di margine del tessuto urbano e metropolitano, spazi oscuri ma estremamente fertili per l’intervento, ricchi di stimoli e confronti; i territori limite delle sperimentazioni scientifiche; i luoghi critici della riflessione etica sull’esistenza ai suoi estremi; le situazioni d’emergenza socio-economica o di povertà umana ed affettiva; le sfide più grandi che innumerevoli stimolano le nostre intelligenze. Il margine come potenzialità perché pausa al dominio dell’antropizzazione ed anello di rottura di un sistema in crisi che ci si apre davanti agli occhi e ci si offre per l’indagine ed il progresso civile.

 

Fadini ha spiegato a tal proposito molto bene la posizione dell’Antropologia Filosofica del secondo decennio del XX secolo, soffermandosi su ciò che essa ritiene essere caratteristica costitutiva dell’essere umano, la sua ricchezza pulsionale, elemento peculiare che lo distingue dall’intero mondo animale, dotato invece di una elevata capacità istintuale - cioè di reazione predeterminata ed immediata agli stimoli provenienti dall’esterno. Se tale corredo istintivo permette all’animale di sopravvivere senza alcuna protesi in contesti anche difficili ma comunque noti e scarsamente modificabili, lo stesso manca all’uomo, il quale non è in grado di sopportare autonomamente e senza questo basilare supporto le avversità naturali. Eppure la stessa carenza - il suo stesso limite - diviene risorsa infinita e vitale: egli sviluppa una capacità adattiva che prende origine e forma dalla ricchezza pulsionale, sua qualità specifica, energia vitale dirompente con la quale gli è possibile affrontare le situazioni date, i pericoli i rischi le necessità, scardinando gli ordini normali e normati, prefigurandosi nuove soluzioni e nuovi mondi possibili.

L’uomo, pulsionalmente ricco e naturalmente tecnico, cioè immediatamente dotato di capacità artificiali e portato e relazionarsi e a strutturarsi tecnicamente, riesce perciò ad inventare e a creare da sé ciò di sui è carente, a risolvere costruttivamente le proprie problematicità, superando quegli stessi limiti che in origine lo connaturavano.

Il tal senso il superamento del limite è letto quale conquista legittima e fertile della civiltà; dalla situazione di crisi - dalla zona di frontiera - emergono nuove possibilità, proprio da essa si dipartono impreviste e validissime via del sapere e dell’esistenza.

 

Rileggendo e ripensando alle due stimolanti lezioni dei professori G. Israel e U. Fadini, di cui ora mi sono limitata a recuperare solo pochi spunti e che ho certamente considerato con un’attenzione influenzata dalle questioni di cui abitualmente mi occupo, facendone probabilmente un’interpretazione un po’ forzata o comunque personale, fino a confrontarne posizioni in realtà ben distinte anche se complementari per diversi aspetti, ricostruisco una via illuminante per la ricerca.

 

Lo studio scientifico ed in generale la riflessione teorica - la Pura Scienza dei  classici che mira alla crescita della civiltà e dell’uomo -, senza chiudersi in se stessi ma verificando le proprie ipotesi dal confronto costante con la pratica, siano consapevoli di se e dei propri limiti, oltre che delle proprie enormi potenzialità e sappiano così guidare ed accompagnare la sperimentazione. Lo studio illumini l’esperimento, la speculazione filosofica chiarisca l’azione, il progetto indirizzi la traduzione delle idee in opere costruite.

La pulsione creativa ed innata dell’uomo continui a stimolare le scelte e le rivoluzioni della scienza, l’intuizione sia acqua fresca per il terreno della ricerca, ne sia il primo insostituibile nutrimento, immaginandone nuovi modi e sempre migliori risposte; le condizioni di crisi siano sede di dibattito e confronto costruttivo, potenzialità non usuali per il superamento di se stesse.

Studio attento, intuizione creativa e confronto con la realtà: gli ambiti costitutivi delle ricerca siano complementari e sempre affiancati, strettamente uniti e consapevoli di costruire solo in questo sodalizio critico la base perché il Limite possa sussistere ed essere affrontato - superato o risolto - nella pienezza del suo significato, linea estrema da rispettare ed alla quale riferirsi, contenitore di identità e di contraddizioni, che contemporaneamente può farsi risorsa inedita, straordinaria potenza conoscitiva e creativa.

 

 

Riferimenti bibliografici

AA.VV., M. Bertoldini (a cura di), La cultura politecnica 1 e 2, ed. Bruno Mondadori, Milano 2004 - 2007

Ubaldo Fadini, Sviluppo tecnologico e identità personale. Linee di antropologia della tecnica, Bari 2000

Gillo Dorfles, L’intervallo perduto, ed. Skira, Milano 2006

Vittorio Gregotti, L’architettura nell’epoca dell’incessante, Edizioni Laterza, Roma-Bari 2006

Carlos Martì Arìs, Le variazioni dell’identità - Il tipo in Architettura, ed. Città studi, Novara 1993

Marc Augè, Tra i confini, città margini interazioni, ed. Bruno Mondadori, Milano 2007

 

 


[1] Gillo Dorfles, L’intervallo perduto, Skira Editore Milano 2006

[2] Vittorio Gregotti, L’architettura nell’epoca dell’incessante, Editori Laterza Roma 2006

[3] È titolo del romanzo di Joseph Conrad, The Shadow Line, pubblicato nel 1917

Posted: Ottobre 29th, 2008
Categories: iperterritorio
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